“Fatelo tacere!”. È questa la frase che, secondo il quotidiano turco Hurrivet, è stata pronunciata dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, per ordinare l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, da sempre un severo critico del governo saudita. Nei primi mesi del 2018 sono 38 i giornalisti e operatori dei media uccisi (65 in tutto il 2017), mentre sono 176 quelli imprigionati. Tra i giornalisti uccisi di recente ricordiamo, oltre al già citato Jamal Khashoggi, ammazzato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul lo scorso 2 ottobre, Daphne Caruana Galizia, saltata in aria il 16 ottobre 2017 con la sua auto a Malta, Ján Kuciak, assassinato il 22 febbraio assieme alla fidanzata Martina Kušnírová nella sua abitazione in Slovacchia.

Ammazzati, fatti tacere per sempre, perché “colpevoli” di volere far emergere la verità, quella “verità scomoda” celata da parte dei potenti agli occhi di tutti.

Tacere, appunto, è il verbo che i governi dei Paesi di tutto il mondo vorrebbero imporre ai giornalisti e alla stampa. Dagli Stati dove la libertà di pensiero è ormai interamente un diritto estinto, i casi della Russia e della Cina o di alcuni stati medio orientali, agli Stati in cui si sta cercando di eliminare questo diritto, fondamentale per poter definire uno stato democratico.

È il caso degli Stati Uniti d’America dove il presidente Donald Trump ha dichiarato guerra aperta ai giornalisti, soprattutto quelli che non sostengono le politiche della sua amministrazione, etichettandoli come dei nemici del popolo. Ma anche dell’Italia, dove il vice presidente del consiglio, Luigi Di Maio, ha accusato la stampa di “passare il tempo ad alterare la realtà". In altre parole, chi non si allinea con le politiche governative viene accusato di essere un parolaio, di creare fake news.

Questo è un fenomeno mondiale, in continua espansione.

Esaminando la classifica 2018 della libertà di stampa nel mondo, redatta da Reporters Without Borders (RSF), l’Italia si trova al 46esimo posto (su 180), si legge: “dieci giornalisti italiani sono attualmente protetti dalla polizia 24 ore su 24 a causa di minacce di morte, ricevute soprattutto da parte della mafia o da gruppi anarchici o fondamentalisti.

Il livello di violenza nei confronti dei giornalisti (comprese intimidazioni e minacce verbali e fisiche) è allarmante e continua a crescere.” Gli Stati Uniti d’America, la più grande democrazia mondiale, leader nella difesa dei diritti, si trovano al 45esimo posto. Russia 148esima, Cina 176esima, Arabia saudita 169esima. Prendendo in considerazione un’altra classifica, quella stilata da Freedom House, un'organizzazione indipendente di sorveglianza dedicata all'espansione della libertà e della democrazia in tutto il mondo, l’Italia e gli Stati Uniti vengono considerati Paesi “liberi”, mentre il livello di libertà di stampa nei primi è “in parte libero”, nei secondi “libero”.

Cina, Russia e Arabia Saudita sono etichettati come Paesi “non liberi” e con una stampa “non libera”. È, dunque, l’intero quadro mondiale a destare preoccupazione: la maggior parte degli Stati sono qualificati come “non liberi”, sia per quanto riguarda la libertà individuale che per quella di stampa, mettendo così a serio rischio i concetti di democrazia e di Stato di diritto, concetti fondamentali per affermare e difendere la funzione della stampa e dei giornalisti, quella di “Watch dog”, “cani” da guardia del potere, e i “cani” non tacciono ma abbaiano se c’è qualcosa che non va.

Ma chi protegge i giornalisti e la stampa dal pericolo del “Tacere”?

Le Costituzioni. Nelle Costituzioni il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero è la pietra portante capace di reggere l’intero “peso” della Costituzione stessa. Senza libera manifestazione di pensiero non c’è democrazia. Le nostre Costituzioni evidenziano questo diritto fondamentale. Il primo emendamento della Costituzione americana si esprime così a riguardo: “Il Congresso non potrà emanare leggi per il riconoscimento di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inviare petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti.”

Nella Costituzione italiana all’articolo 21 si legge: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” Anche gli articoli 18 e 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo affermano l’importanza della libertà di pensiero e di stampa, Articolo 18: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.” Articolo 19: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

Anche se le varie Costituzioni difendono la libertà di stampa e dei giornalisti, quest’ultimo rimane uno dei lavori più pericolosi. Soprattutto il giornalista investigativo, cioè quel giornalista che deve indagare a fondo per far emergere la verità, quel giornalista che sa, già all'inizio, che potrebbe rischiare la vita svelando quello che si deve tenere nascosto. Quel giornalista che vede avverarsi, il più delle volte, la propria profezia. Ma quel giornalista che sa che solo raccontando la verità, onestamente la verità e solo la verità, si può cercare di migliorare questo mondo. Un giornalista capace, che muore in nome del giornalismo, che muore in nome della verità.

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