Il mercato del lavoro italiano somiglia sempre più a un percorso a ostacoli dove il traguardo continua a spostarsi in avanti. Non è solo una questione di anagrafe o di capelli bianchi che avanzano. La vera nota dolente è un'altra: l'inganno strutturale di un sistema previdenziale che promette uscite anticipate sapendo già di non poterle garantire a tutti.
L'INPS mette sul piatto un'offerta apparentemente lineare: a 67 anni, con vent'anni di contributi in tasca, si può smettere di lavorare ma quella soglia anagrafica si attiva solo a una condizione: l'assegno maturato deve superare una determinata barriera economica.
Per chiunque abbia iniziato a versare i contributi dopo il primo gennaio 1996, entrando nel meccanismo del contributivo puro, i 67 anni restano un miraggio se la pensione non è pari ad almeno una volta l'importo dell'assegno sociale. Una sbarra flessibile, che i governi alzano o abbassano a ogni Manovra economica per far quadrare i conti dello Stato.
Un problema per la generazione dei contratti a termine
Nasce qui il vero cortocircuito sociale. I ventenni e i trentenni di oggi non hanno carriere lineari. Sono la generazione dei contratti a termine, dei tirocini gratuiti e delle finte partite IVA; tutte formule nate sotto il nome della flessibilità ma che nascondono una precarietà cronica. Se i versamenti previdenziali di questi lavoratori sono miseri, la colpa non è certo di una scelta individuale, ma di un mercato interno che non offre alternative stabili.
Il conto di questa fragilità giovanile si paga alla fine della vita lavorativa. Raggiunti i 67 anni, chi non supera lo sbarramento economico imposto dalla legge viene rimandato indietro. Niente pensione. Bisogna continuare a lavorare, e l'attesa si prolunga fino ai 71 anni. È la fredda logica della riforma Fornero del 2011: se non hai versato abbastanza, la pensione di vecchiaia scatta solo quattro anni più tardi.
Il nodo 2027
La situazione diventerà ancora più complessa a partire dal 2027. Archiviata la parentesi della pandemia, che aveva temporaneamente frenato i trend demografici, l'adeguamento automatico all'aspettativa di vita è pronto a ripartire. Si tratta di un automatismo ministeriale basato sulle tabelle ISTAT che aggiunge mesi di lavoro ogni biennio: un mese in più nel 2027, altri tre nel 2028.
Per chi è giovane oggi, l'uscita reale si sposta già abbondantemente oltre i 71 anni e mezzo.
Le responsabilità politiche di questo scenario sono distribuite in modo uniforme tra tutti gli schieramenti degli ultimi trent'anni. Il primo mattone lo ha posato il governo Amato nel 1992 alzando i limiti di età. Poi è arrivato il passaggio al sistema contributivo con l'esecutivo Dini nel 1995, seguito dai tagli del centrodestra e dalle lacrime della stessa Fornero durante l'era Monti. Anche l'attuale governo Meloni, al di là della retorica sulla giustizia sociale, ha dovuto blindare la spesa pubblica, stringendo le maglie di canali d'uscita storici come Quota 103 e Opzione Donna.
I volti nei programmi televisivi cambiano continuamente, ma le regole di fondo restano identiche.
L'Italia resta un Paese a crescita zero, con una crisi demografica drammatica e un bilancio pubblico perennemente in bilico. Spostare la soglia del pensionamento sempre più in là è l'unica mossa rimasta a chi governa per non far crollare l'intero castello di carte economico, scaricando l'intero peso sulle spalle di una generazione a cui viene sottratto il diritto alla vecchiaia.