Che Luigi Di Maio fosse un predestinato della politica italiana lo si era capito sin dal suo esordio. I primi a essere conquistati dalla personalità dell’allora sconosciuto 28enne furono paradossalmente proprio quei partiti tanto odiati, che non ebbero esitazioni a consegnargli la poltrona prestigiosa di vicepresidente della Camera. Oggi, dopo appena una legislatura, Di Maio si appresta a divenire non solo il candidato premier ma anche il capo politico del Movimento5Stelle. Un traguardo che sarà ratificato dall’ennesima votazione online talmente poco credibile da essere scansata dagli altri big potenzialmente solleticati dalla corsa per Palazzo Chigi.

Chi avrebbe mai accettato di mettersi in gioco contro il prediletto di Grillo e Casaleggio (padre e figlio) e, soprattutto, con quali ripercussioni? Sabato a Rimini dal palco di Italia5Stelle i vari Di Battista, Fico, Sibilia e Morra (tanto per citare i principali assenti ingiustificati delle primarie online) si allineeranno senza batter ciglio alla scelta dei loro capi. Una mossa intelligente dal punto di vista individuale che potrebbe sì fruttare qualche poltrona, ma che certifica la trasformazione definitiva del M5S in un vero partito.

Un camaleonte fedele

Grillo e Casaleggio hanno scelto Di Maio da tempo per numerose ragioni. In primis il web master di Pomigliano D’Arco ha dalla sua una capacità di adattamento al contesto notevolissima considerata la sua inesperienza.

Che sia il Parlamento o le celebrazioni del miracolo di San Gennaro, che sia il Forum di Cernobbio o una manifestazione di piazza, Di Maio ha sempre saputo calarsi nella parte dimostrando un’apparente autorevolezza. Poi naturalmente c’è il fattore fedeltà: a prescindere dai titoli un po’ forzati, le teste pensanti e giudicanti del M5S resteranno Grillo e la Casaleggio Associati.

Proprio quest’ultimo punto non va trascurato perché, dei vari possibili candidati premier, solo Di Maio è sempre stato considerato una garanzia. Di Battista e Fico, per citare le prime alternative possibili, hanno dalla loro una connotazione politica ben più delineata e difficilmente avrebbero digerito i repentini cambi in corsa del programma dettati da Milano.

Si sarebbe arrivati presto allo scontro con i vertici come, in egual modo, avrebbe causato grattacapi il ritrovarsi in una sorte di corrente di minoranza perdendo le primarie contro il prescelto Di Maio.

Grillo resta al comando

A chi giova tutto questo? Di sicuro al duo Grillo e Casaleggio, che continueranno a fare il brutto e il cattivo tempo del M5S. Per i molti che attendevano una crescita sul fronte della democrazia interna, invece, sono attese ancora cocenti delusioni. I sette candidati sconosciuti che si batteranno contro Di Maio per la premiership e l’ultimo pasticcio delle votazioni in Sicilia, sono solo gli ultimi due esempi di una gestione che ha fallito la sua missione più affascinante.

La cosiddetta rivoluzione dal basso o il famigerato uno vale uno resteranno slogan buoni solo per accendere la fantasia dei militanti meno realistici. In compenso va registrato l’ennesimo attacco feroce di Grillo contro i giornalisti che lo attendevano all’esterno dell’Hotel Forum di Roma. Il comico genovese, infastidito dal loro pressing, ha tuonato a ruota libera: “Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi”. Parole gravissime che offendono la dignità di lavoratori e che catalogano ancora di più il pensatore Grillo. “I continui insulti da lui rivolti - è la replica diramata dall’Ordine dei Giornalisti - non fanno onore a chi afferma di voler moralizzare la politica”.

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