"Israele è uno stato sovrano che ha il diritto di decidere la sua capitale. Essere consapevole di questo è una condizione necessaria per raggiungere la pace. Oggi riconosciamo l'ovvio. gerusalemme è la capitale d'Israele. È Il riconoscimento della realtà". È con queste parole che il Presidente degli USA, Donald Trump, ha riconosciuto Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, gettando nel baratro il lungo processo di pace tra Israele e Palestina, iniziato nel 1993 con gli Accordi di Oslo.

Il mondo condanna le parole di Trump

L'ennesimo azzardo dell'amministrazione Trump che il mondo guarda con lo stesso sgomento e preoccupazione già manifestati in seguito alle folli provocazioni militari di Kim Jong-un. Su istanza di Francia, Bolivia, Egitto, Senegal, Svezia, Regno Unito e Urugway, è stata convocata (per l'8 dicembre) una riunione d'emergenza del Consiglio delle Nazioni Unite, riunione che si aggiunge e precede quelle della Lega araba (9 dicembre) e dell'Organizzazione della cooperazione islamica - OIC (13 dicembre).

Hamas invoca una nuova intifada: "La liberazione di Gerusalemme"

Non solo condanne verbali da parte dei maggiori esponenti del mondo occidentale e arabo (da Emmanuel Macron e Vladimir Putin a Recep Erdogan e Mahmoud Abbas), ma anche concrete e allarmanti minacce. Si pensi a Ismail Haniyeh, Primo ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese e leader di Hamas che, in un discorso trasmesso dall'emittente televisiva al-Aqsa, ha invoca per l'8 dicembre, l'inizio di una “nuova intifada globale” contro Israele, chiamata “la liberazione di Gerusalemme”.Intifada già anticipata dalle proteste esplose nei territori palestinesi: si contano già più di 100 feriti tra i manifestanti scontratisi con le milizie israeliane. Tensioni non solo tra Cisgiordania e Gaza, ma anche in Tunisia e Pakistan.

L'auspicio di Netanyahu e il silenzio di Riyad

Si assiste dunque a un unanime dissenso, rotto soltanto dal plauso di Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, che si è detto in attesa dello stesso riconoscimento da parte di altri Stati. Riconoscimento che potrebbe arrivare dall'Arabia Saudita che, tutt'ora, tace mentre è impegnata in Yemen a contrastare i “ribelli sciiti”. È immaginabile che Riyad converrà con le parole di Trump e soddisferà l'auspicio di Netanyahu, in vista di una futura “grande coalizione” in chiave anti-Iran.

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