Cercasi disperatamente accordi per formare un nuovo governo. Chi farà un passo indietro superando i vecchi rancori per dare l’avvio alla nuova legislatura? Al momento non è dato saperlo anche se proseguono i segreti contatti incrociati tra le forze politiche. Le urne ci hanno consegnato la fotografia di un Paese spaccato in due: il Nord a marchio leghista, il Centro Sud a trazione Cinquestelle. Sono loro i veri non vincitori (giusto per citare l’espressione di Bersaniana memoria passata alla storia) che rivendicheranno il diritto dell’incarico al Colle.
Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno completato la loro personale metamorfosi provando a convincere la concorrenza con aperture di non poco conto. Da avversario odiato, osteggiato e bersagliato costantemente, il Partito Democratico si è ritrovato così al centro di un corteggiamento per certi versi sorprendente. Con le dimissioni formalizzate da Matteo Renzi, nel frattempo, al Nazareno il capitolo alleanze è divenuto un elemento di scontro per la scalata alla segreteria. Nello sbattere la porta l’ex leader ha dettato però l’agenda alle sue truppe che, è bene ricordarlo, costituiscono l’ampia maggioranza del nuovo gruppo parlamentare Pd. È difficile solo pensare che i suoi fedelissimi possano tradirlo sul più bello, offrendo il fianco all’ala minoritaria pro M5S guidata da Michele Emiliano.
Un governo possibile?
Il coro di smentite alle accuse di doppiogiochismo lanciate da Renzi alla minoranza PD è andato via via arricchendosi di nuovi voci. Andrea Orlando lo ha richiamato alle sue responsabilità: “Il 90 per cento del partito è contrario a un’alleanza con il M5S”. “Questa è una trovata mediatica - ha aggiunto il Guardasigilli - per spostare l’attenzione dalla sconfitta elettorale”.
Nella Direzione nazionale convocata per lunedì, in ogni caso, la battaglia interna entrerà ufficialmente nel vivo. Sarà quella la prima occasione per recepire i primi segnali di un’intesa con il M5S. Di Maio è convinto che senza Renzi tra i piedi tutto è possibile. Continuare a governare il Paese del resto nonostante la sconfitta sonora alle urne farebbe gola a molti.
Il capo politico grillino, inoltre, potrebbe avere nelle prossime settimane un alleato di non poco conto: Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica non intende sottovalutare la portata del consenso elettorale del M5S e ha già richiamato i partiti d’opposizione a un nuovo senso di responsabilità. È vero dunque che il PD si è tirato immediatamente fuori con Renzi dal gioco delle alleanze, ma come potrebbe rifiutare di sostenere un governo di scopo se a chiederlo dovesse essere proprio Mattarella?
Il Centrodestra ci crede
Tranquillo, sereno, ottimista. Lontano anni luce dal suo personaggio, Salvini ha abbassato i toni per vestire al meglio i panni di nuovo leader del Centrodestra. Convinto dell’esistenza di un asse tra il M5S e il PD ha scelto di attendere le consultazioni al Quirinale per giocare le sue mosse.
“Rispetteremo le decisioni di Mattarella” ha spiegato ai suoi, chiarendo al tempo stesso che non accetterà mai alcun compromesso politico per arrivare a Palazzo Chigi. La convinzione di Salvini è che un governo M5S-PD non farebbe altro che accrescere la sua popolarità in vista delle prossime elezioni che, al netto del varo di una nuova legge elettorale, non saranno poi così lontane. Nella strategia del leader un ostacolo però c’è e si chiama Silvio Berlusconi. Il 4 marzo ha sancito l’eclissi politica dell’ex Cavaliere con Forza Italia superata nettamente dal suo alleato, la Lega, abbracciata più per convenienza che per convinzione. Il primo test stress per il Centrodestra, in tal senso, sarà l’imminente faccia a faccia con Mattarella.
Berlusconi riconoscerà l’altrui leadership o pretenderà di “dettare ancora la formazione” come ai tempi del Milan? Nel dubbio Salvini è al lavoro per definire il suo vero obiettivo: lanciare con Giovanni Toti il partito unico dei moderati.