Da 39 anni, cioè da quando a Teheran è cambiato il regime, Israele e Iran si combattono in maniera indiretta, utilizzando tecniche diverse. Gli iraniani finanziano e guidano i cosiddetti "proxies", ovvero Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. Israele, dal canto suo, ha ingaggiato una campagna clandestina, servendosi di sabotaggi e guerra cibernetica, per interrompere il programma nucleare iraniano.

Negli ultimi sette anni di guerra in Siria, Israele non ha preso posizioni precise. Né in favore di Assad, né in favore dei gruppi democratici.

L’interesse di Israele era di non essere trascinato nel conflitto e di non veder rafforzate le forze ostili. A tal proposito, ha sempre condotto strike missilistici contro Hezbollah.

Quest'anno, i contrasti tra Iran e Israele sono improvvisamente peggiorati, e la Siria è diventato il campo di battaglia. Israele ha lanciato una serie di attacchi missilistici contro basi iraniane in Siria. L'ultima operazione di questo tipo, denominata "operazione House of Cards", è stata la risposta al lancio di una ventina di missili iraniani dal territorio siriano verso il Golan, nella notte di mercoledì.

Quattro di questi sarebbero stati abbattuti dal sistema difensivo degli Iron Dome, mentre gli altri non avrebbero raggiunto il territorio israeliano, secondo fonti dell'esercito.

Israele ha risposto immediatamente e, nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, i caccia F-15 ed F-16 hanno colpito oltre 50 obiettivi iraniani in tutta la Siria. L'operazione House of Cards è stata "la più grande campagna aerea in Siria negli ultimi 40 anni", ma l'esercito teme che gli iraniani possano essere ancora in possesso di missili superficie-superficie in Siria.

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Politica

Israele punta sulla spaccatura iraniana

Israele sta scommettendo tutto sul logoramento interno iraniano, causato dalle divisioni tra esercito e governo, ed in particolare tra Soleimani, comandante delle forze speciali Quds, e il presidente Rohani. I generali dell'esercito insistono sulla necessità di costruire nuove basi iraniane in Siria, mentre Rohani, secondo il "The Guardian", preferirebbe non investire in tal senso.

Il motivo degli attriti è anche economico, e le sanzioni americane, con gioia del primo ministro israeliano, aiuterebbero ulteriormente a destabilizzare Teheran.

Non è uno schema nuovo: Netanyahu era diplomatico a Washington a metà anni ’80, ed ha potuto osservare da una posizione privilegiata l’attuazione della strategia di Reagan ed il relativo successo nello strozzare la Russia sovietica, causandone il crollo. Adesso, quindi, Bibi vorrebbe riproporre lo stesso schema, su scala ridotta, unendo pressione economica (sanzioni) e militare (in Siria) per giungere ad una capitolazione dei leader iraniani. Non tutti però sono d’accordo nel paese ebraico, dal momento che si tratta di una strategia estremamente rischiosa.

Se non si realizzasse lo scenario ipotizzato dal governo israeliano, il rischio di guerra sarebbe altissimo.

È l’esercito israeliano ad essere contrario a questa prospettiva. In particolare, Gadi Eizenkot (capo di stato maggiore delle forze armate israeliane) ha criticato la scelta di "sabotare" l'accordo sul nucleare. Secondo Eizenkot, l'accordo stava rinviando di 10/15 anni le prospettive nucleari iraniane. In una lettera aperta, della settimana scorsa, Eizenkot e altri 26 importanti militari hanno affermato che l'abbandono americano avrebbe minato la sicurezza del Paese.

Al di là della diversità di opinioni circa l'utilità dell'accordo, tra Politica e esercito, non esiste contrasto sui dati di fatto oggettivi: la presenza di soldati iraniani in Siria e l'arsenale missilistico di Hezbollah rappresentano una chiara, evidente ed indiscutibile minaccia al territorio israeliano. Israele sta dibattendo da più di un anno non sulla natura della minaccia, ma sulla natura della risposta. Il dubbio è se agire in via preventiva o attendere la prima mossa dell'avversario. Altro dubbio sarebbe: attaccare in Siria e Libano o allargare ad Iran.

Le mosse iraniane

Domenica prenderà il via un tour diplomatico del ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. Cina, Russia e Bruxelles le tappe. A Bruxelles incontrerà la "nostra" Lady Pesc, Federica Mogherini, ma anche i ministri degli esteri di Francia, Gran Bretagna e Germania. La premessa annunciata dall'Iran è la stessa di inizio settimana: se l'accordo dovesse fallire, l'Iran riavvierà il suo programma nucleare con "arricchimento dell'uranio su scala industriale".

L'Europa ed il salvataggio dell'accordo

John Kerry, immediatamente dopo la decisione di Trump di martedì, ha auspicato un ruolo dell'Europa nel riuscire a preservare l'accordo. Fra i paesi europei, la Francia (rispettando la tradizione storica) è quella meno incline ad allinearsi alle decisioni unilaterali di Washington.

Il ministro dell'economia, Le Maire, ha dichiarato che "l'Europa non può essere un vassallo degli Usa".

Tuttavia, in Europa non ci sarebbe un fronte solido. Ed il fatto che anche a Teheran ci sia una divisione tra falchi e moderati, aumenta le probabilità di insuccesso nel tentativo di preservare l'accordo nucleare. Infatti, se Zarif e Rohani vogliono lavorare con gli europei; un'eminente figura religiosa nazionale, l'ayatollah Ahmad Khatami, che ha guidato la preghiera del venerdì all'Università di Teheran ha dichiarato che l'Iran non può fidarsi degli europei, nemici dell'Iran. Khatami ha poi aggiunto che Teheran espanderà la propria capacità missilistica, "per far sapere a Israele che se si comporterà stupidamente, Tel Aviv e Haifa saranno totalmente distrutte".

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