Un elefante in una cristalleria. Sembra essere questo, in generale, il giudizio sulle dirompenti dichiarazioni rilasciate dal presidente Donald Trump nelle prime ore della sua visita nel Regno Unito. Sono esternazioni che hanno causato parecchio sconcerto e che hanno indotto gli analisti a chiedersi se nascondano una qualche razionalità o se invece siano solo il frutto di una personalità umorale.

L'intervista al Sun

In particolare ha suscitato scalpore l'intervista concessa al britannico Sun (proprietà di Rupert Murdoch) mercoledì e pubblicata giovedì sera in cui il quarantacinquesimo occupante della Casa Bianca ha, nell'ordine, affermato che la soft Brexit disegnata da Theresa May avrebbe compromesso, se non proprio ucciso (“kill”), la possibilità di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito e che Boris Johnson “ha quel che ci vuole” per ben figurare come primo ministro della Regina.

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Come nota il New York Times in un editoriale, si tratta di uno spintone assestato a un governo, quello di Theresa May, che già traballa parecchio per conto suo, sulla questione Brexit.

Una 'granata' verbale

Tanto per ribadire il concetto, il britannico Guardian paragona le ultime dichiarazioni di Trump al lancio di una granata verbale.

Certo, sarebbe interessante capire quanto il presidente abbia davvero compreso della Brexit, dato che l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea è una faccenda talmente complessa da dare l'impressione che ci capiscano poco anche i funzionari direttamente coinvolti.

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Per il Guardian la sparata al Sun, un tabloid conservatore non lontano dalle posizioni di Fox News (che com'è noto è uno dei principali canali di informazione per Trump), potrebbe essere vista come un semplice ed ennesimo esempio di cattive maniere presidenziali, ma non è escluso che invece possa nascondere il deliberato tentativo di mettere in crisi un vecchio alleato.

Uomini forti

Si sa che Donald Trump disprezza la debolezza e al momento Theresa May sembra politicamente debole, come del resto anche la cancelliera Angela Merkel.

Potrebbe spiegarsi con questo atteggiamento psicologico l'ammirazione, o quanto meno il rispetto, che invece “The Donald” riserva a Putin, a Kim Jong-un e al dittatore filippino Rodrigo Duterte.

Rimane da vedere come tutto questo lascerà gli Stati Uniti una volta che la polvere si sarà posata, ovvero nel 2020 oppure, al più tardi, nel 2024.

'Make America Weak Again'

Sul punto, peraltro, qualcuno ha le idee chiare già da adesso.

Per esempio la giornalista di The Atlantic Amy Zegart, che a proposito della politica estera di Trump parla di “suicidio della potenza americana” (“The Self-Inflicted Demise of American Power”). Secondo lei, il famoso (o famigerato) slogan elettorale trumpiano dovrebbe essere non più “Make America Great Again”, ma “Make America Weak Again”. Insomma, secondo lei ci sarebbe un metodo nell'apparente follia trumpiana, ma si tratterebbe di una "razionalità" parecchio controproducente.

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La tesi di Zegart è che la preminenza americana nel mondo riposa su cinque capisaldi e che la politica estera di Trump li starebbe compromettendo a uno a uno: buon rapporto coi vicini (“bisogna essere stupidi in modo speciale per farsi nemici i canadesi”), avere buoni alleati, fidare nei mercati, esportare i propri valori e avere credibilità militare.

Tranne che nel campo della difesa, dove secondo la Zegart Trump sta facendo bene, negli altri la sua opinione è che il presidente otterrà solo di indebolire il suo Paese.

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Vedremo se il tempo le darà ragione.

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