Continuano a far discutere le dichiarazioni rilasciate dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, sulla necessità di far entrare nuovi immigrati regolari in Italia per sostenere il sistema pensionistico e svolgere lavori che gli italiani non vorrebbero più fare. In questi giorni abbiamo assistito ad un deciso botta e risposta tra il capo dell’Istituto nazionale della previdenza sociale e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Nella serata del 4 luglio ci ha pensato un giovane, e finora sconosciuto, ricercatore universitario a rilanciare il dibattito e la polemica, pubblicando un lungo post sulla sua pagina Facebook in cui smonta punto per punto le affermazioni di Boeri. Secondo Mirko Celii, questo il suo nome, non è vero che nuovi immigrati sono necessari al nostro Paese.

I 12 punti della lettera di Mirko Celii a Tito Boeri

Il ricercatore dell’ateneo friulano riassume in 12 punti tutti i motivi per i quali, secondo lui, non è vero che gli immigrati sostengono con il loro lavoro il sistema pensionistico italiano e svolgono mestieri che gli italiani si rifiutano di fare. Per prima cosa, la pensione che ciascuno di noi riceverà corrisponderà ai contributi effettivamente versati da ognuno e non dipenderà da quelli versati dagli immigrati. Pensioni attuali che, comunque, sono pagate da chi lavora oggi, indipendentemente dal suo Paese di origine.

Secondo Celii, il sistema pensionistico italiano, così come quello sanitario o dell’istruzione, non deve essere per forza in pareggio e, per assicurare una pensione dignitosa a tutti, basterebbe “aumentare una tassa sui grandi patrimoni”.

Sistema pensionistico italiano mai stato in pericolo

Secondo Mirko Celii, inoltre, il sistema pensionistico dell’Italia non sarebbe “mai stato in pericolo” nemmeno durante la gravissima crisi economica del periodo 2005-2011. Le cose sono peggiorate drammaticamente a causa delle politiche di austerità adottate dal governo Monti nel 2012-13 che avrebbero fatto crollare “Pil, occupazione, consumi ed entrate”.

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Il problema è che circa il 25-30% della forza lavoro italiana non ha un impiego o lavora per poche ore a settimana. Dunque, l’unica ragione per importare manodopera immigrata è quello di sottopagarla e non certo di salvare le nostre pensioni.

Gli immigrati non ci regalano un bel niente

Per questo il giovane ricercatore ritiene che gli immigrati, che attualmente contribuiscono ad una quota di Pil dell’8-9%, “non ci regalano un bel niente”, perché i contributi versati oggi se li riprenderanno giustamente al momento della pensione.

Inoltre, quasi tutti i migranti sono disposti ad accettare salari inferiori a quelli richiesti dagli italiani, oppure vengono pagati in nero, contribuendo dunque in maniera inferiore al dovuto a sostenere le pensioni.

Non è vero che gli immigrati fanno lavori che gli italiani non vogliono fare

Mirko Celii ci tiene particolarmente a smontare la fake news secondo la quale gli immigrati sono disposti a svolgere mestieri umili che gli italiani non vogliono più fare. I lavoratori italiani, infatti, non li farebbero a “determinate condizioni” basate sullo “sfruttamento”, mentre, invece, i migranti sono disposti a tutto, visto che provengono da realtà di povertà estrema.

Insomma, secondo Celii, “il problema dell’Italia non è l’immigrazione ma l’emigrazione” di migliaia di giovani ‘cervelli’, la cui fuga non può certo essere compensata da “poveracci molto poco istruiti”. Stesso discorso sulla bassa natalità, dovuta alle incerte condizioni di lavoro e non certo all’etnia. I migranti, insomma, comincerebbero a fare meno figli come gli italiani se iniziassero a trovarsi nelle loro stesse condizioni.

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