Il giallo sulla morte di Imane Fadil si fa sempre più fitto. Ieri il procuratore di Milano, Francesco Greco, che coordina le indagini, ha reso nota la presenza di metalli nel corpo della ex modella marocchina in misura anomala rispetto ai livelli considerati normali. Non si esclude dunque la possibilità che la ragazza possa aver ingerito un cocktail di sostanze radioattive, ma il deterioramento dei suoi organi interni potrebbe anche essere stato causato da una malattia rara.

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Insomma, le domande ancora irrisolte di questa inchiesta sono moltissime. Forse la Fadil era stata assoldata da qualche servizio segreto per intrufolarsi nelle cene eleganti di Arcore, e quindi uccisa per questo? Oppure la sua prematura scomparsa è dovuta a cause naturali? Spetterà alla procura milanese stabilirlo. Intanto, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che con Silvio Berlusconi ha un conto aperto, paragona il caso Fadil a quelli di Giacomo Matteotti per Benito mussolini e di Mino Pecorelli per Giulio Andreotti. Entrambi forse uccisi per fare “un favore non richiesto” ai due potenti politici.

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Marco Travaglio paragona il caso Fadil a quello di Giacomo Matteotti

Nel sangue e nelle urine di Imane Fadil sono state riscontrate elevate percentuali di metalli pesanti come antimonio, cadmio, molibdeno, cobalto e cromo. Questo non significa necessariamente che la ragazza sia stata avvelenata con un mix di sostanze radioattive, ma i sospetti restano. E forti. Partendo da questo presupposto, Marco Travaglio, che già negli scorsi giorni aveva scritto dei suoi “sospetti su ambienti criminali che circondano Silvio Berlusconi, oggi paragona la morte più che sospetta della marocchina con il caso dell’omicidio del politico socialista Giacomo Matteotti, avvenuto nel 1925 all’epoca della dittatura fascista.

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Silvio Berlusconi

La tesi di Travaglio, e anche della maggior parte degli storici, è che non fu Benito Mussolini ad ordinare direttamente la morte di Matteotti, ma qualcuno dei delinquenti che lo circondavano “si incaricò di risolvergli il problema alla radice, sequestrando e assassinando Matteotti”. In seguito il Duce fu comunque costretto a rivendicare la “responsabilità politica, morale e storica” dell’efferato delitto.

Anche Giulio Andreotti ricevette un favore con Mino Pecorelli

Anche un altro caso di cronaca nera, stavolta più recente, suscita in Marco Travaglio l’ardito paragone. Stiamo parlando dell’omicidio a colpi di pistola del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto il 20 marzo del 1979, esattamente 40 anni fa. Per quella uccisione Giulio Andreotti subì un processo, venendo condannato in appello quale mandante dell’omicidio, ma uscendo poi assolto in Cassazione.

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Anche il quella circostanza, scrive Travaglio, così come è stato per Mussolini e Berlusconi, l’ex politico Dc non ordinò direttamente la spedizione di morte contro il direttore di OP, ma qualcuno dei criminali che lo circondavano “si incaricò di risolvergli il problema alla radice, assassinando Pecorelli”. Insomma, la tesi di fondo del direttore del Fatto è che “qualcuno abbia voluto fare un favore non richiesto a Silvio Berlusconi, o lanciargli un messaggio avvelenato per ricattarlo, o sputtanarlo, o ricordargli qualche promessa non mantenuta”.

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