Uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in collaborazione con il Centro Nazionale Sangue, sui campioni ematici di 10mila donatori, da tutte le regioni italiane, rileva che nel nostro Paese quasi una persona su dieci ha gli anticorpi contro l’epatite E, ovvero che è venuto a contatto con il virus responsabile di questa infezione. La sua distribuzione non è uniforme: particolarmente colpiti gli abitanti del centro Italia e della Sardegna. Possibile causa è l’abitudine a consumare carne cruda. Esistono 4 genotipi, a virulenza e pericolosità differente.
Particolarmente colpite sono le regioni del centro Italia e la Sardegna
L’epatite E è da considerarsi una infezione a “due facce”, come sottolinea in una nota l'ISS. Esistono quattro genotipi di questo virus, nei Paesi in via di sviluppo prevalgono i genotipi 1 e 2, particolarmente virulenti e pericolosi, responsabili di decine di migliaia di morti l’anno. Nei Paesi industrializzati, invece, prevalgono i genotipi 3 e 4, responsabili di infezioni asintomatiche (nel 90% dei casi) e, nel caso di pazienti immunodepressi, può dare forme di epatiti acute.
L’indagine condotta dall’ISS, in collaborazione con Centro Nazionale Sangue, è sulla base di 10mila campioni di sangue di donatori, da tutta Italia.
Nell’8,6% dei campioni analizzati erano presenti anticorpi anti-epatite E. Questo è un marker diagnostico che indica che il soggetto ha avuto un contatto con il virus.
Un altro dato, emerso da questa ricerca, è la distribuzione sul territorio nazionale che non è uniforme, sia valutata su base regionale che nei singoli territori. Volendo dare una indicazione regionale, quelle del centro Italia – Abruzzo, Marche, Lazio, Toscana e Umbria – con percentuali intorno al 20%, sono più colpite rispetto alle altre. Altra eccezione è la Sardegna. La meno interessata da questa infezione è la Basilicata con il 2,2%. Possibile causa, il maggior consumo di carne cruda di maiale. Secondo alcuni studi le salsicce di fegato sarebbero un probabile veicolo di questo virus anche se, nei campioni analizzati, sebbene presente non è stato mai trovato in forma attiva.
Il virus ha un periodo di incubazione di sei settimane.
Situazione a livello europeo e farmaci disponibili
Sebbene nel nostro Paese questa è la prima indagine su vasta scala eseguita, l’infezione da Epatite E viene considerata, a livello europeo, una delle infezioni emergenti da tenere sotto controllo in attesa di adottare specifici provvedimenti. Sempre a livello europeo, è la Francia il paese più colpito con 1825 casi nel 2015 seguita dalla Gran Bretagna con 800 casi. Numeri ragguardevoli se paragonati ai dati del nostro Ministero della Salute che parlano di 211 casi nel decennio 2007-2006, prevalenza uomini 40enni. Ma questi numeri si riferiscono a pazienti, normalmente immunodepressi, a cui è stata effettuata una diagnosi precisa.
Ad oggi non esistono farmaci specifici contro questa infezione. Probabilmente dovuto al fatto che in oltre il 90% dei casi la malattia è silente e si risolve da sola. Tuttavia, se si è consapevoli di aver contratto questa infezione bisognerebbe adottare comportamenti e stili di vita atti a non affaticare il fegato: a tavola evitare cibi grassi e rinunciare all’alcool e, se possibile, all’assunzione di farmaci che affaticano il fegato. Nei casi più gravi, come per gli immunodepressi, normalmente i medici prescrivono un farmaco antivirale, la Ribavirina, per tre mesi, associato ad interferone alfa.
Nel 2011, la FDA cinese ha approvato, ed è disponibile in commercio da ottobre 2012, un vaccino ricombinante anti-epatite E (Hecolin), composto da un frammento del capside del genotipo 1 del virus. Per ora la sua commercializzazione è limitata alla Cina.