L'alpinista italiano Simone Moro ha annunciato che nell'inverno 2025-2026 tornerà sul Manaslu, in Nepal, per tentare per la settima volta la scalata invernale della montagna oltre gli ottomila metri. La notizia è emersa nei giorni scorsi, attraverso le sue più recenti dichiarazioni al Corriere della Sera, nelle quali ha descritto il nuovo progetto e alcuni aspetti della vita quotidiana in spedizione, come l’abitudine di cucinare tortellini in quota per mantenere un legame con l'Italia. Il programma è in fase avanzata di preparazione e il tentativo è confermato per la stagione invernale ormai alle porte.

Il nuovo tentativo invernale sul Manaslu

Il Manaslu rappresenta da anni uno degli obiettivi centrali dell’attività himalayana di Simone Moro. I precedenti sei tentativi invernali sulla stessa montagna si sono conclusi senza vetta, condizionati soprattutto da condizioni meteo molto difficili, da un manto nevoso instabile e da periodi di vento forte che hanno limitato le finestre utili per progredire oltre i campi alti. Il nuovo progetto mantiene lo stesso obiettivo di fondo: completare la salita nella stagione più severa, quando temperature e vento rendono l’ascensione nettamente più impegnativa rispetto alle classiche spedizioni premonsoniche o autunnali.

Il piano prevede la salita lungo una delle vie già consolidate sul versante nepalese, con una progressione per campi successivi a partire dal campo base.

In questa fase i dettagli tecnici vengono gestiti passo dopo passo, con un’attenzione particolare all’equilibrio tra tempi di acclimatazione e brevi spiragli di bel tempo, elementi decisivi in ogni spedizione invernale. L’esperienza accumulata nei tentativi precedenti rappresenta un patrimonio importante per ottimizzare scelte di percorso, gestione delle energie e organizzazione complessiva.

Accanto agli aspetti più sportivi, Moro ha raccontato anche la dimensione quotidiana dell’alta quota, soffermandosi sulla cucina in tenda come momento di normalità in un contesto estremo. I tortellini preparati ai campi alti non sono soltanto un richiamo alle sue origini, ma diventano un modo per mantenere abitudini riconoscibili, scandire le giornate e creare coesione all’interno della squadra.

In un ambiente dominato dal freddo e dalla rarefazione dell’aria, anche una semplice pietanza calda assume un valore simbolico e psicologico rilevante.

La nuova spedizione si inserisce nel solco di una lunga carriera dedicata all’Himalaya e, in particolare, alle ascensioni invernali. Il Manaslu, tuttavia, resta per l’alpinista una montagna ancora da completare nella forma in cui la immagina, con una salita portata a termine nei mesi più rigidi dell’anno. Il settimo tentativo sarà quindi anche un confronto personale con una vetta che nel tempo è diventata un punto fisso del suo calendario sportivo.

Il Manaslu e le condizioni invernali

Il Manaslu si trova nella catena del Mansiri Himal, in Nepal, ed è una delle quattordici montagne oltre gli ottomila metri del pianeta.

Con i suoi 8.163 metri di altitudine è considerato un ottomila di grande impegno, soprattutto per l’esposizione a condizioni meteorologiche variabili e per la presenza di ampi pendii nevosi e seracchi che richiedono un’attenta valutazione del rischio valanghe. In inverno, questi elementi si sommano a temperature che possono scendere stabilmente sotto i -30 gradi, con picchi ancor più bassi nelle zone di cresta e in caso di vento teso.

Le spedizioni invernali devono fare i conti con giornate molto più corte rispetto all’autunno e alla primavera, con finestre di luce utili ridotte e lunghi periodi passati nelle tende d’alta quota. Il vento associato al getto in quota può rendere impraticabili le sezioni esposte per molti giorni consecutivi, imponendo pause forzate e frequenti arretramenti al campo base.

Per questo motivo la pianificazione di un tentativo invernale sul Manaslu richiede un’organizzazione attenta dei materiali, dei rifornimenti e dei tempi di rotazione tra i campi.

Dal punto di vista logistico, una spedizione di questo tipo parte solitamente dalla capitale nepalese, per poi proseguire con trasferimenti terrestri e con il trekking di avvicinamento verso il campo base, posto a quota elevata su un vasto pianoro glaciale. Da lì inizia il lavoro sulla montagna vera e propria, con l’apertura della traccia, la posa delle corde fisse nei tratti più ripidi e l’allestimento progressivo dei campi avanzati. In inverno ogni movimento richiede più tempo: vestizione, gestione dei liquidi, preparazione del materiale e sicurezza generale diventano operazioni più lente, ma essenziali per ridurre i rischi.

Le condizioni della neve rappresentano un altro fattore cruciale. La combinazione tra nuove nevicate, vento forte e strati deboli può generare accumuli instabili in grado di cedere sotto il passaggio degli alpinisti. Per questo le salite invernali risultano spesso frammentate: si avanza quando la montagna lo consente e si arretra in caso di segnali di instabilità, accettando tempi lunghi e un margine di incertezza elevato sull’esito finale della spedizione.