Dopo sette giornate, la Serie A sembra aver perso la sua antica tradizione di grandi centravanti. La classifica marcatori parla chiaro: a dominare non sono gli attaccanti di ruolo, ma esterni offensivi e trequartisti.
In testa, con 5 reti (di cui due su rigore), c’è Riccardo Orsolini, protagonista del Bologna di Vincenzo Italiano. Subito dietro, a quota 4, compaiono Christian Pulisic del Milan e il talentuoso Nico Paz del Como. Tre giocatori che, per caratteristiche e posizione in campo, difficilmente possono essere definiti “bomber d’area”.
Per trovare una vera prima punta bisogna scendere al gradino successivo: a quota 3 reti si fermano Giovanni Simeone del Torino e la coppia interista formata da Lautaro Martínez e Marcus Thuram.
Numeri che testimoniano un’inversione di tendenza sempre più evidente: gli attaccanti puri faticano a imporsi, mentre gli interpreti più dinamici e mobili, capaci di svariare su tutto il fronte offensivo, stanno diventando i veri protagonisti del torneo.
Le big e i centravanti in crisi
La difficoltà delle prime punte è ancor più evidente osservando le squadre di vertice. Tolta l’Inter, che può contare sulla solidità e l’intesa della sua coppia offensiva, le altre big faticano tremendamente a trovare la via del gol.
Il Milan attende ancora il primo centro di Santiago Gimenez, ancora a secco dopo sette giornate. Alla Juventus, Dusan Vlahovic non segna da settimane e resta fermo a due gol, esattamente come Castellanos alla Lazio e Højlund al Napoli.
Peggio ancora la Roma, dove Dovbyk si è sbloccato una sola volta, contro la Fiorentina.
Un dato che preoccupa gli allenatori e fa riflettere gli analisti: i bomber tradizionali, quelli abituati a vivere di area di rigore, sembrano soffrire la nuova impostazione tattica del calcio moderno, sempre più basato su pressing, rotazioni e costruzione dal basso.
Un campionato che segna meno
La crisi delle punte si riflette inevitabilmente anche sul piano collettivo. La settima giornata della Serie A 2025/26 ha fatto registrare un record negativo: appena 9 gol complessivi (in attesa di Cremonese-Udinese), il numero più basso di sempre nel formato a 20 squadre. Il precedente primato risaliva alla nona giornata della stagione 2010-11, quando i gol furono 13.
Il dato è emblematico: meno bomber significa meno spettacolo. In un calcio dove le difese tornano protagoniste e la costruzione dal basso rallenta i ritmi, la mancanza di veri finalizzatori si fa sentire.
Un campanello d’allarme
Che si tratti di un trend passeggero o di un cambiamento strutturale è presto per dirlo, ma la tendenza è chiara. La Serie A, da sempre terra di grandi centravanti — da Batistuta a Vieri, da Trezeguet a Higuaín — oggi sembra aver perso il feeling con il gol d’area di rigore.
E mentre gli allenatori chiedono pressing e partecipazione alla manovra, i numeri nove classici sembrano smarriti. Una metamorfosi del calcio moderno, certo. Ma anche una perdita di fascino per chi, da sempre, ama l’urlo liberatorio del bomber sotto la curva.