Il giorno dopo Juventus-Lecce, terminata con un pareggio per 1-1 che sa di occasione sprecata, tra i temi dominanti ce n'è inevitabilmente uno: il rigore fallito da Jonathan David. Un episodio che ha catalizzato l’attenzione di addetti ai lavori e tifosi, alimentando un dibattito acceso soprattutto sul web, dove il gesto tecnico del centravanti canadese è stato sezionato, giudicato e spesso condannato.
Juve, un rigore calciato con superficialità?
Il penalty arriva in un momento chiave della partita. David se lo procura con astuzia e tempismo, prende il pallone e si presenta sul dischetto con la possibilità di portare la Juventus in vantaggio.
Ma la scelta sorprende tutti: niente tiro potente, niente angolo cercato con decisione. Il canadese opta per una conclusione morbida, quasi un pallonetto, eseguito con apparente leggerezza. Falcone, però, non abbocca: resta lucido, legge l’intenzione e respinge con un intervento energico di gamba, spegnendo l’urlo dello Stadium.
Da quel momento si scatena il processo. In molti hanno visto nella scelta di David un eccesso di supponenza, una sorta di sfida al portiere avversario, quasi a volerlo superare con un colpo “diverso”, più estetico che efficace, invece della classica cannonata che spesso non lascia scampo. Un gesto interpretato come superbia, inadatto a un momento così delicato della gara e della stagione.
Eppure, scavando più a fondo, il rigore di Jonathan David potrebbe raccontare una storia diversa. Non arroganza, ma paura. Il peso di un’attesa che cresce settimana dopo settimana.
David, un lungo digiuno in bianconero
Arrivato a Torino sotto i riflettori, con l’etichetta di uomo chiamato a cambiare il volto dell’attacco bianconero dopo anni segnati dalle prestazioni altalenanti di Dusan Vlahovic, l’ex Lille aveva illuso tutti subito: gol all’esordio in campionato contro il Parma. Poi, però, il silenzio.
Da quella sera di agosto, il classe 2000 non ha più trovato la via della rete in Serie A. Sedici presenze senza segnare, una statistica che pesa come un macigno sulle spalle di un attaccante arrivato per fare la differenza.
E così, sull’1-1 contro il Lecce, con lo stadio intero che trattiene il respiro e il pallone posato sul dischetto, quella sfera potrebbe aver pesato come il piombo. Il tiro morbido, allora, può diventare il simbolo di un attimo di esitazione, della ricerca disperata di una soluzione “facile”, quasi liberatoria.
Da qui si apre un altro capitolo della discussione: la scelta dei compagni di affidare proprio a David quel rigore. Un gesto altruista, sicuramente, dettato dalla volontà di aiutarlo a sbloccarsi, di restituirgli fiducia attraverso il gol più “semplice” che esista nel calcio. Una scelta comprensibile nello spogliatoio, ma che col senno di poi si è rivelata poco fruttuosa. Per il canadese, che vede allungarsi il suo digiuno, e per la Juventus, che perde due punti preziosi.
Il pareggio con il Lecce lascia così strascichi più profondi del risultato stesso. Non solo una classifica che non decolla, ma anche interrogativi su uomini, gerarchie e gestione dei momenti chiave.