È una normalissima mattina quando lo scorso 8 maggio un ragazzo di 30 anni ferma un taxi e chiede un passaggio. L'automobile è guidata da una donna. L'uomo si chiama Simone Borgese. Fino a quel momento viveva con i nonni a Piana del Sole (Ponte Galeria) una zona della periferia della capitale, è divorziato e ha una figlia che è stata affidata all'ex moglie. Simone chiede alla tassista di lasciarlo in una stradina chiusa, vicino alla sua abitazione. Prima si lamenta per il prezzo da pagare (circa 30 euro), poi pretende di salire sul sedile superiore per controllare da vicino il tassametro. Da quel momento comincia l'incubo per la donna: Borgese si sbottona i pantaloni, picchia la sua vittima e le sbatte più volte la testa contro il finestrino; poi la obbliga ad un rapporto orale.

L'uomo è stato facilmente identificato e portato in questura: un collega della donna ha riconosciuto l'identikit del suo aggressore: non molto tempo fa, infatti, gli aveva dato un passaggio. Il 30enne si era rifiutato di pagare e il tassista si era fatto dare il numero di cellulare. Simone ha quasi immediatamente confessato e ora si trova nel carcere Regina Coeli.

Queste sono le parole che la donna aggredita ha rilasciato a Repubblica: "La mia vita è rovinata per sempre. Quello che ha lasciato in me non passerà mai, continuerò sempre ad avere paura. Dovrebbe rimanere in carcere a vita". Borgese dichiara di aver avuto un raptus di follia, di non sapere neanche lui il motivo per cui ha assalito la tassista. Parla anche la madre dell'aggressore, la quale ha rilasciato un'intervista a Il Tempo: "Mio figlio deve pagare per quello che ha fatto.

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Però vi prego di credermi, vi supplico: Simone non è un mostro, è figlio di un padre alcolizzato, un barbone, un violento con il quale ha vissuto da quando me ne sono andata via di casa nel 2005, stanca di essere picchiata e maltrattata ogni giorno". La tassista afferma che non lascerà il suo lavoro anche se sarà difficile provare a lasciarsi tutto alle spalle.