Sono passati 31 anni dalla morte di Pier Paolo Minguzzi. Il ragazzo, che apparteneva ad una ricca famiglia di imprenditori ortofrutticoli di Alfonsine in provincia di Ravenna, non fece ritorno a casa la sera di Pasquetta del 1987. Quel 21 aprile il giovane, studente universitario e militare di leva nei Carabinieri, fu rapito al ritorno da casa della sua ragazza. Dieci giorni dopo fu ucciso in una stalla abbandonata a Vaccolino, nei dintorni di Ferrara, mentre il suo corpo fu gettato nel Po di Volano, dal quale affiorò il giorno dopo: lo avevano attaccato ad una grata per cercare di farlo affondare. Una fine drammatica e misteriosa, dato che le indagini contro ignoti non portarono in nessuna direzione, fino alla loro archiviazione nel 1996: oggi improvvisamente il ‘cold case’ è stato riaperto [VIDEO].

Indagati due ex carabinieri

Infatti il procuratore di Ravenna Alessandro Mancini ha deciso di iscrivere tre persone nel registro degli indagati per questo omicidio. Si tratta di un idraulico romagnolo, Alfredo Tarroni, 62 anni, e due ex carabinieri [VIDEO], il 54enne Orazio Tasca ed Angelo Del Dotto di 55 anni. L'aspetto sorprendente è che si tratta di nomi già noti alle forze dell’ordine: infatti tre mesi dopo la morte di Minguzzi i tre avevano organizzato – sempre ad Alfonsine – un’estorsione nei confronti di un altro imprenditore agricolo della zona, Roberto Contarini. Però i parenti di quest’ultimo avevano avvisato i carabinieri, che si fecero trovare nel luogo in cui doveva avvenire il pagamento della cifra pattuita. La vicenda si concluse in un bagno di sangue.

Ci fu una sparatoria che costò la vita ad un carabiniere di 23 anni, Sebastiano Vetrano; tuttavia la banda fu sgominata ed i tre condannati a pene comprese tra i 22 anni e mezzo e i 25 anni.

Le strane analogie tra i due casi

Lo scorso dicembre i legali della famiglia di Minguzzi hanno presentato una denuncia in cui si elencano le tante analogie tra i due casi. Questi nuovi elementi hanno convinto il procuratore a riaprire le indagini. Dopo 31 anni ci sono quindi tre iscritti sul registro degli indagati, con le pesanti accuse di sequestro di persona, omicidio ed occultamento di cadavere. Alla base dei sospetti, come detto, le numerose similitudini: stessa zona, stesso lavoro delle vittime, stessa modalità utilizzata per richiedere il denaro. Stupisce che i carabinieri all’epoca non abbiano tenuto conto di altri due clamorosi indizi: la stessa somma richiesta, 300 milioni di lire, ed una strana telefonata ricevuta dai parenti di Minguzzi in cui si chiedeva di Contarino, cognome fin troppo simile a quello dell’imprenditore taglieggiato dalla banda tre mesi dopo.

Saranno gli inquirenti a verificare se si tratta solo di impressionanti coincidenze o se finalmente gli assassini del giovane militare di leva hanno trovato un nome. Ad aiutare la polizia nelle indagini saranno le tecniche scientifiche sviluppate negli ultimi anni: non si esclude di riesumare i resti della vittima per effettuare un esame di eventuali tracce di Dna ed una comparazione con quello degli accusati.