Michela si è suicidata perché non sopportava che il video girato durante un suo rapporto intimo, avesse fatto il giro di mezza Sardegna”. Parola della Procura di Tempio e dei pubblici ministeri che hanno indagato sulla morte della povera giovane di Porto Torres – che si era suicidata la notte tra il 4 e il 5 novembre nel 2017 – in una stanza dell’abitazione di un’amica, a La Maddalena, dove era andata a cercare rifugio. A dieci mesi dalla morte, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di due giovani amici della vittima: Mirko Campus, 24 anni e il 29enne Roberto Costantino Perantoni, tutti e due di Porto Torres. Ora sarà il gup, il giudice perle udienze preliminari, a dover decidere se mandare a processo i due amici di Michela Deriu.

I due sono accusati di aver diffuso volontariamente il video che ritraeva la giovane, immagini che tra settembre e ottobre dello scorso anno avevano fatto il giro di Porto Torres e non solo. Un fatto che aveva sconvolto la vittima – che già si trovava in difficoltà economiche – e che secondo i pubblici ministeri che hanno indagato [VIDEO], l’ha portata al gesto estremo, dopo giorni e giorni di forte angoscia.

Accuse pesanti

Le accuse mosse dalla Procura [VIDEO] di Tempio nei confronti di Mirko Campus e Roberto Costantino Perantoni sono pesantissime. “Diffamazione aggravata – si legge nelle carte – per la divulgazione di informazioni e materiale riguardanti le abitudini sessuali e la vita della giovane donna”. Insomma – secondo i pm – seppure come conseguenza, la divulgazione di quel video e di quelle immagini avrebbero portato la giovanissima barista di Porto Torres al suicidio.

Per questo motivo il procuratore di Tempio – Gregorio Capasso – dopo aver studiato le carte prodotte dal pubblico ministero Gianluigi Dettori, ha deciso di muovere le accuse contro i due. Michela infatti aveva lasciato diversi biglietti scritti di suo pugno, nei quali aveva cercato di raccontare la sua disperazione dopo la divulgazione di quel maledetto filmato. Nei foglietti di carta la giovane parlava di “umiliazioni e probabili ricatti per colpa di un vecchio filmino, che era finito nelle mani sbagliate e che era stato visto da tante persone. Troppe per nascondere la vergogna”. Frasi che hanno immediatamente fatto rizzare le antenne degli investigatori dei Carabinieri del Reparto Territoriale di Olbia, che hanno subito pensato che dietro a quel suicidio ci fosse qualcosa di più grande. Infatti – grazie anche alla testimonianza di un’amica di Michela con la quale la giovane si era confidata – i militari hanno subito indirizzato le indagini pensando ad un possibile ricatto: qualcuno di cui la giovane si fidava infatti l’aveva ripresa a sua insaputa e lei era disperata.

Indagini complicate

Nella rete degli inquirenti – oltre ai due giovani per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio – era finita anche un’altra giovanissima ragazza. Amica e coetanea di Michela, anche lei barista e a conoscenza del video. Per la giovane però – che vive e lavora a Londra – la Procura ha chiesto l’archiviazione, dopo che inizialmente era stata coinvolta nelle indagini. I riscontri investigativi infatti – stando alle valutazioni dei pubblici ministeri - sono talmente palesi da escludere qualsiasi coinvolgimento dell’amica che, addirittura, potrebbe essere anche lei vittima. Michela infatti aveva raccontato dell’esistenza di questo video. Ma senza alcuna preoccupazione dato che – secondo lei – era comunque un video assolutamente privato e tra maggiorenni. Lo dimostrano gli sms mandati all’amica che però cambiano tono, quando Michela scopre che quel video ha fatto il giro di diversi telefonini. Insomma a Porto Torres in tanti l’avevano visto e lei era sconvolta. Lo dimostrano appunto le parole lasciate scritte nei biglietti trovati nella cameretta di La Maddalena, dove la giovane intorno alle tre del mattino della notte tra il 4 e 5 novembre dello scorso anno ha deciso di togliersi la vita.