Le associazioni dell'indotto di Taranto hanno lanciato un appello urgente al governo, chiedendo un decreto immediato per scongiurare una «catastrofe» economica e occupazionale legata alla crisi dell'ex Ilva. Riunite il 4 agosto 2026 presso la Camera di commercio, Confapi Taranto, Confindustria Taranto, Aigi, Confartigianato Taranto e Federmanager hanno espresso forte preoccupazione per le conseguenze della decisione della Corte d’Appello di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento entro 90 giorni.

La richiesta di intervento governativo è stata preceduta da una manifestazione spontanea di lavoratori dell’indotto, che hanno occupato la strada antistante la sede camerale per richiamare l’attenzione sulla grave situazione del polo siderurgico.

Le organizzazioni hanno ribadito che la chiusura dell'area a caldo potrebbe innescare licenziamenti collettivi e compromettere l’intero sistema produttivo locale. Nel documento congiunto, le associazioni hanno dichiarato che «Taranto non può essere dismessa», evidenziando come lo stop all'area a caldo comprometterebbe l’integrazione dello stabilimento, con effetti devastanti su occupazione, filiere e la capacità del Paese di produrre acciaio primario. L'appello si conclude con un fermo «Noi non molleremo Taranto», sollecitando risposte capaci di coniugare salute, lavoro e interesse nazionale.

La decisione della Corte d’Appello di Milano e le sue motivazioni

La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto entro 90 giorni, con decorrenza dall’ultima comunicazione del provvedimento.

La decisione del tribunale è motivata dalla presenza di amianto e da emissioni di polveri sottili superiori ai limiti di legge. I giudici hanno evidenziato il perdurante pericolo per la salute pubblica legato al «progressivo ammaloramento dello stabilimento», accogliendo il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini e ribaltando una precedente sentenza.

Il provvedimento stabilisce che la sospensione dell’attività produttiva debba avvenire sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. La ripresa delle operazioni nell'area a caldo è condizionata alla completa bonifica dell'asbesto (amianto) e alla riduzione delle emissioni inquinanti. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha commentato che «le sentenze sono sentenze», sottolineando come la chiusura dell’area a caldo «stravolge tutto» in una fase avanzata di cessione dello stabilimento.

Reazioni istituzionali e proposte per il futuro

Durante un Consiglio dei Ministri convocato d’urgenza dalla premier Meloni, è stato confermato un prestito ponte da 100 milioni di euro a favore dell’amministrazione straordinaria di Ilva, destinato al completamento del percorso di cessione delle attività a freddo, senza però alcun riferimento specifico all’area a caldo. Fonti governative interpretano il provvedimento dei giudici di Milano come la chiusura definitiva dell’area a caldo, settore che impiega la maggior parte dei dipendenti.

Le istituzioni locali, tra cui il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, il presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano e il sindaco di Taranto Piero Bitetti, hanno richiesto al governo la convocazione di un tavolo interministeriale e decisioni immediate.

Il sindaco Bitetti ha affermato che «la città ha sempre saputo quali fossero le condizioni della fabbrica e quanto le criticità ambientali, sanitarie e produttive fossero ormai diventate non più gestibili», aggiungendo che «non possiamo più limitarci a commentare una sentenza. È il momento di aprire un confronto concreto, perché la città non può più vivere in una condizione di incertezza permanente».

Il sindacato USB Lavoro Privato ha dichiarato che la tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e che le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione. Il sindacato sostiene che la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva.