Alla Kasa dei Libri di Milano il prossimo 8 marzo aprirà i battenti una mostra con libri e opere grafiche di Joan Miró intitolata "Miró. Le parole multicolori". La retrospettiva, che resterà aperta fino al 12 aprile 2016, prende in esame un lato insolito e poco indagato dell'artista catalano: il suo rapporto con i libri e i suoi autori. Abbiamo intervistato il curatore della mostra e anima della sede espositiva Andrea Kerbaker per saperne di più.

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Come e quando nasce l'interesse di Miró per i libri e i loro autori?

Quando ha appena iniziato il suo percorso artistico, all’inizio degli anni Venti, Miró va a Parigi, allora capitale mondiale delle arti. Lì frequenta tutti i principali artisti dell’epoca, da Picasso a Léger a Max Ernst, con cui nel 1926 curerà la scenografia dei Balletti russi. In quella Parigi impazzano i surrealisti, capitanati da André Breton, con scrittori come Tristan Tzara o Paul Eluard; saranno loro i primi autori che Miró conosce e di cui diviene amico.

Molti anni più tardi, ancora loro saranno i principali scrittori con cui farà memorabili libri d’artista, come Parler seul (Tzara) o À toute épreuve (Eluard), al quale dedica un lavoro di oltre dieci anni. Altra storia, la grande amicizia con Ernest Hemingway, più giovane di lui, che in modo totalmente rocambolesco gli compra uno dei suoi primi quadri, La fattoria, di cui rimarrà proprietario per tutta l’esistenza.

Con quali testate, case editrici, etc. ha collaborato e quali sono i cataloghi più belli da lui realizzati?

I principali collaboratori – sarebbe più esatto dire complici - delle sue opere non sono editori, ma tipografi.

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In particolare, i due migliori della Parigi del secolo scorso: Fernand Mourlot e Tériade. Il primo lo introduce all’Arte della litografia per poi accompagnare il 90% della sua vastissima produzione grafica; il secondo, un greco trapiantato a Parigi, lo fa collaborare alla mitica rivista Verve, per cui Miró disegna alcune tra le sue prime, e più belle, litografie, e poi pubblica una versione di Ubu roi interamente illustrata da lui.

Quali sono gli elementi in comune con le sue grandi tele?

Direi che non c’è alcuna distinzione possibile tra Miró pittore, scultore, ceramista (con la fondamentale collaborazione di Artigas) o grafico.

La sua ricerca, costante, dai venti ai novant’anni, si esprime a tutto campo a turno nel mezzo che ha a disposizione in quel momento, avendo come unica stella polare l’estro dell’istante. Quindi alla fine proporre una mostra sui molteplici rapporti tra Miró e la pagina scritta significa ripercorrere tutta la sua vicenda di artista tout court.

Come è stato pensato l’allestimento?

L’allestimento, curato da Matteo Ferrario e Turi Virgillito, prevede una divisione in tre aree tematiche.

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Nella prima, Vita di Miró attraverso le mostre, si ripercorre tutto il tragitto dell’artista attraverso i cataloghi, questo fondamentali strumenti di studio, che nel suo caso sono infinitamente creativi, visto che ci sono innumerevoli episodi in cui il suo contributo per una mostra comprende disegni originali per la copertina del catalogo, l’invito, il manifesto, e qualche volta anche qualche litografia da inserire nelle monografie pubblicate per l’occasione.

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La seconda sezione, Scrittori, approfondisce alcuni degli autori menzionati prima, con particolare risalto a due grandi amici di tutta la vita: Jacques Prévert (del quale è presente una monografia del 1956 con una decina di litografie originali) e Raymond Queneau, che gli dedica uno dei primi studi monografici per una collana dell’editore Skira. La terza parte, Riviste, mostra alcuni degli spettacolari contributi a testate come Derrière le miroir o XXème Siècle, che non hanno nulla da invidiare alle più note produzioni di libri d’artista.

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