Martedì 3 aprile, sul palcoscenico del Teatro Carignano di Torino, il pubblico ha assistito al debutto in prima nazionale di Don Giovanni, spettacolo tratto dall'omonima, celeberrima opera del commediografo e attore francese Molière e diretto dal regista Valerio Binasco, nuovo direttore artistico del Teatro Stabile di Torino.

Lo spettacolo: attori, personaggi, atmosfere

In scena, nei panni del protagonista, un bravissimo Gianluca Gobbi [VIDEO] cattura gli spettatori e non lascia la presa, regalandoci un'interpretazione dalle tinte forti e un personaggio intenso e tagliente, lontano dal gusto tardo-romantico che ha avvolto questa mitica figura per lungo tempo.

Quello di Gobbi è un Don Giovanni sopra le righe, che suscita disapprovazione e odio, che non conosce morale né etica, che si dimostra sistematicamente e irrimediabilmente immune al senso di colpa, al pudore e alla decenza. Privo di remore, non si cura di nulla, non teme nulla, nemmeno Dio. Si fa beffe del mondo, della religione, delle convinzioni altrui, si relaziona al prossimo solo in funzione delle proprie esigenze del momento e delle proprie pulsioni sessuali. Lascivo, volgare, osceno nelle parole e nei gesti, arriva quasi a disgustarci e lo fa consapevolmente: lui vuole scandalizzare, è ciò che lo diverte di più, e nel risultare sgradevole si sente appagato. Non si piega mai, è un impenitente senza speranza di evoluzione e i sentimenti del prossimo non lo sfiorano, divenendo anzi occasione di sprezzante scherno.

L'unico momento dello spettacolo che riesce a farci sperare in una qualche remota e sotterrata coscienza, è quello in cui il vecchio padre, esasperato dal comportamento indecente del protagonista, si reca a casa sua per manifestargli con dure parole le proprie opinioni. Solo di fronte all'ira e al disgusto paterno Don Giovanni sembra finalmente accusare il colpo, rivelando un residuo di umanità insperata (seppur attraverso una reazione violenta). Ma è un breve istante, destinato a cadere nel nulla, a sancire una volta per tutte il fallimento di una qualsiasi possibilità di redenzione. Don Giovanni è quello che è, non può mutare, non può essere altro che se stesso.

L'interpretazione di Sergio Romano

Belle e incisive anche le interpretazioni degli altri attori, a cominciare da quella di Sergio Romano [VIDEO], nel ruolo del bistrattato servo del protagonista: perseguitato da scrupoli di coscienza ma troppo vigliacco per manifestare esplicitamente il proprio dissenso e ribellarsi agli ordini del padrone, finisce per eseguire tutto ciò che gli viene imposto (rigorosamente sotto minaccia) e vivere in un perenne stato di senso di colpa.

Gravato da un'ingenuità e da lacune culturali che non gli permettono di elaborare teorie complesse e di esprimere in modo chiaro le proprie idee, finisce col banalizzare tutto ciò di cui parla, rendendo vano e ingarbugliato qualsiasi ragionamento. Pochi, timidi tentativi di appellarsi alla coscienza inesistente del padrone, salvo poi tirarsi indietro e chinare il capo al primo accenno di aggressione da parte di quest'ultimo.

Vivace e divertente l'interpretazione dell'addoloratissima Donna Elvira da parte di Giordana Faggiano, giovane attrice che ha restituito al pubblico un'immagine di questo personaggio estremamente lontana da quella dell'opera: la Faggiano abbandona la figura di donna ingenua, candida e casta ritratta da Molière e portata avanti dalla tradizione teatrale. L'Elvira sedotta e abbandonata da Don Giovanni, che in un primo momento si dispera e si abbandona al risentimento per poi trovare la pace attraverso la fede e i voti, non c'è più. Questa nuova versione della protagonista femminile ci lascia spiazzati non appena scopriamo, con un bel colpo di scena, che la vocazione religiosa della donna e il nuovo sereno stato d'animo in cui si trova grazie all'amore per Dio non è altro che il frutto di una messa in scena, una farsa escogitata da una donna ferita e passionale a uso e consumo dei propri fratelli, furiosi per l'onta che l'abbandono della fanciulla da parte dell'amante ha gettato sull'intera famiglia di lei. La creazione di una Donna Elvira bugiarda e simulatrice, ferita e tuttavia in preda al desiderio nei confronti dell'uomo che le ha spezzato il cuore, disposta a gettarsi nuovamente tra le sue braccia nonostante l'affronto subito, colpisce per l'originalità e sa farsi apprezzare per i risvolti comici.

Altro elemento fondamentale dell'allestimento, a mio avviso, le scelte scenografiche. Il fascino di un'ambientazione ambigua, immersa nel misterioso limbo di un tempo e di un luogo dai contorni poco definiti, ci proietta in una dimensione bizzarra e complessa, a tratti quasi rarefatta, remota e vicina al tempo stesso. L'accostamento insolito di elementi poco 'compatibili' confonde e intriga, provocando un piacevole disorientamento e la sensazione di assistere alle vicende di un qualche strano universo parallelo, che confonde passato e presente. Bella e curiosa anche la scelta di mutare scenografia separando palco e pubblico solo con un velo semitrasparente, attraverso cui si può vedere con chiarezza ciò che sta avvenendo durante il cambio scena: una sorta di rottura della quarta parete, un momento di meta-teatralità.

Impronta registica

Valerio Binasco afferma: 'Oggi avvertiamo un'urgenza sacrosanta: recuperare il rapporto con il pubblico. Dobbiamo fare l'impossibile per renderci comprensibili, per emozionare ogni spettatore, per non farlo sentire 'estraneo' rispetto all'opera'. Forse è questa l'idea di fondo, la 'filosofia' generale che ha guidato il lavoro del regista sul classico molieriano. Forse è questo l'approccio mentale e artistico che ha permesso di dar vita a uno spettacolo bello e coinvolgente, che emoziona e diverte tutti, o quasi.

Confrontarsi con opere di fama internazionale e di inaudita bellezza, riprendere in mano e far rivivere sul palcoscenico, per l'ennesima volta, storie e personaggi 'consumati' da secoli di rappresentazioni e rivisitazioni d'ogni sorta, richiede sempre una buona dose di intraprendenza e audacia, nonché una certa fiducia in se stessi e nelle proprie capacità innovative. Quando a separarci da un'opera sono secoli di celebrità, di allestimenti e di studi, quando centinaia di registi e interpreti ci hanno preceduti, la sfida è estremamente difficile e la posta in gioco alta.

La domanda da porsi è che cosa si possa aggiungere di significativo e costruttivo a un patrimonio di esperienze così ricco, evitando un contributo esclusivamente quantitativo e privo di reale spessore. Come si può 'lasciare il segno' senza che ciò si traduca in pura e vana eccentricità? Affrontare un classico significa sempre assumersi un rischio e al tempo stesso una responsabilità, nei confronti dell'opera, dell'autore e soprattutto del pubblico. Il cuore del dilemma non risiede nel rispetto reverenziale del testo, in una sua presunta intangibilità e immodificabilità. Il testo non è una reliquia sacra e inviolabile. Il punto cruciale, ciò che davvero conta e a cui non si può rinunciare, è il genio dell'opera, la sua portata, il suo impatto intellettuale ed emotivo. Si può modificare il testo, lo si può violare, scardinare, stravolgere nei dialoghi, nelle dinamiche relazionali, nei contesti e nelle ambientazioni, persino nei significati di fondo, ma non si può rinunciare alla sua anima e alla sua bellezza.

La pigrizia e le remore tarpano le ali e condannano alla ripetizione di cose già viste e già sentite, consunte e di scarso o nullo interesse. Lo spontaneismo superficiale e lo sperimentalismo fine a se stesso precipitano gli artisti (o presunti tali) nella vuotezza di una creatività sterile e narcisistica. Trovare la chiave per non cadere vittima di queste trappole mentali e dare un senso al proprio lavoro significa innovazione.