L'Ungheria è stata portata a giudizio davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione europea dalla Commissione Ue. Al centro della denuncia ci sono le procedure di asilo, le condizioni di accoglienza, la procedura di rimpatrio e la cosiddetta legge "Stop Soros". Quest'ultima, che criminalizza le attività che sostengono e aiutano i richiedenti asilo, viola non solo le leggi dell'Unione Europea, ma anche la carta dei diritti fondamentali e i Trattati.

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Ungheria critica sugli accordi del 2015

Nel 2015 furono fissati gli accordi comunitari che avevano come obiettivo quello di far fronte alla crisi migratoria sempre più pressante. Già dopo gli accordi comunitari di quell'anno, Viktor Orban, capo del governo sovranista ungherese, si era dichiarato contrario e riluttante alla collaborazione con gli altri Paesi. A seguito della chiusura dei propri confini e del suo rifiuto verso tutti i richiedenti asilo, la Commissione europea aprì la procedura di infrazione, che ancora oggi è in piedi.

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Il rifiuto categorico di accogliere una quota di migranti

Le problematiche messe in evidenza dall'Unione europea riguardano l'intera gestione dei migranti e il rifiuto categorico da parte del governo ungherese di accoglierne una quota.

Le procedure per richiedere asilo sono molto lunghe e interessano una piccola percentuale di persone. Queste, una volta giunte a fatica nei centri di transito, vi restano oltre le quattro settimane stabilite dall'Ue.

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I migranti richiedenti asilo, inoltre, molte volte sono scortati fuori dai confini, non riuscendo nemmeno a proporre la propria domanda in via ufficiale.

Il trattenimento prolungato dei richiedenti asilo, inoltre, va anche contro le direttive sulle condizioni di accoglienza stabilite dall'Ue. Altra direttiva con cui si scontra l'Ungheria è quella del rimpatrio: lo Stato, infatti, può decidere di rimpatriare un qualsiasi migrante senza adeguate garanzie o violando i principi di non respingimento.

La legge "Stop Soros", pene inasprite per chi aiuta i rifugiati

Al centro del ciclone anche la legge chiamata "Stop Soros", varata il 20 giugno scorso, che inserisce nella costituzione ungherese il rifiuto di accogliere i migranti. All'interno della norma si può notare l'inasprimento delle pene per gli aiuti ai rifugiati. Obiettivo principale della legge è George Soros, leader dell'ong Open Society, identificato come "nemico numero uno della sicurezza nazionale".

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Secondo i sovranisti, Soros vorrebbe inquinare l'identità etnica, religiosa e culturale dell'Ungheria e di tutta l'Europa fornendo gli aiuti umanitari.

All'interno dell'Ue, la Commissione può avviare delle procedure di indagine nei confronti di un paese comunitario. La Corte di Giustizia Europea, quindi, emette la propria sentenza.

Se il Paese non modifica le proprie leggi in modo da porsi in linea con le direttive dell'Ue, la Commissione può deferirlo alla Corte di giustizia, come accaduto in questo caso.

La Commissione può anche proporre alla Corte delle sanzioni che vanno da somme forfettarie a pagamenti giornalieri, o entrambi.

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L'Ungheria avrebbe dovuto accogliere appena 1294 migranti da Italia e Grecia

La chiusura dell'Ungheria, così come di altri Paesi dell'Est, ha avuto come risultato il fallimento sempre più evidente del piano di smistamento migranti, ideato dall'Ue all'inizio dell'emergenza.

L'accordo del 2015 assegnava all'Ungheria appena 1294 migranti provenienti da Italia e Grecia. Ad oggi lo Stato magiaro non ne ha accolto nemmeno uno. La Polonia ha quindi imitato l'Ungheria, chiudendo anch'essa i propri confini e rifiutando i suoi 6100 migranti.

Come in un effetto domino, alcune nazioni dell'Est hanno rifiutato di dare il proprio aiuto rispetto a questa emergenza. Il risultato è che, dei 90mila ricollocamenti previsti in questi anni, ne sono stati effettuati appena un terzo.

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