La legge di bilancio 2020 comincia a delinearsi all'interno della NaDef e sono molti i lavoratori in età avanzata che si trovano a fare i conti con i requisiti di accesso alla pensione. L'attesa conferma della quota 100 ha infatti rappresentato un importante passo in avanti rispetto all'incertezza delle scorse settimane, posto che una sua eliminazione avrebbe creato il rischio concreto di costituire nuovi esodati. Nonostante ciò, le alternative allo studio al momento sul tavolo dell'esecutivo restano piuttosto limitate, focalizzandosi sulla proroga dell'APE sociale e delle pensioni anticipate tramite opzione donna.

Le conseguenze per chi resterà escluso dalla quota 100 e le possibili alternative

D'altra parte, la sperimentazione delle pensioni anticipate tramite quota 100 (per le quali servono almeno 62 anni di età e 38 anni di versamenti) resta comunque destinata a concludersi entro il 31 dicembre del 2021. Chi ne resta già oggi escluso e desidera accedere all'Inps secondo le regole della legge Fornero deve maturare almeno 67 anni di età e 20 anni di versamenti, oppure in alternativa 42 anni e 10 mesi di lavoro indipendentemente dall'età (un anno in meno per le donne). Le altre opzioni disponibili purtroppo prevedono il verificarsi di condizioni molto specifiche. È il caso – ad esempio – dell'APE Sociale, che richiede almeno 63 anni di età e 30-36 anni di contribuzione, ma anche il verificarsi di una delle condizioni di disagio previste dalla legge.

Mentre l'opzione donna consente l'accesso all'Inps a tutte le donne a partire dai 58 anni di età (59 anni se autonome) e con 35 anni di versamenti, a patto però di accettare il ricalcolo interamente contributivo del proprio assegno.

Le richieste delle parti sociali per aprire la flessibilità previdenziale a tutti

Stante la situazione, non sorprende quindi che le richieste in arrivo dai sindacati rivendichino da tempo la necessità di aprire la flessibilità previdenziale a tutti i lavoratori che hanno compiuto almeno 62 anni di età. Un parametro che secondo quanto dichiarato nelle scorse settimane dallo stesso leader della Cgil Maurizio Landini dovrebbe essere slegato da qualsiasi requisito contributivo.

Il passaggio risulta sensato soprattutto per chi è inserito all'interno del sistema contributivo puro, che consente di restituire al lavoratore un assegno sulla base di quanto ha effettivamente versato e accumulato nel corso della propria vita lavorativa. Spetterà quindi al singolo decidere se posticipare l'età di uscita dal lavoro (sapendo di poter percepire così un assegno più alto). La questione appare però tutt'altro che in via di risoluzione. Basti pensare al fatto che rispetto ai requisiti dell'assegno di vecchiaia, l'uscita per tutti dai 62 anni di età anticiperebbe di ben 5 anni l'accesso all'Inps rispetto ai requisiti di vecchiaia presenti oggi.