Con il 25% di share, i medici si conferma un esperimento riuscito per la RAI, monopolizzando la prima serata del martedì ma anche i social, che risuonano di meme sulla cupola autoportante del Brunelleschi e di incoraggiamenti a Contessina.

Ma I Medici è stato davvero un successo su tutti i fronti? O piuttosto si è puntato su nomi – come quelli di Richard Madden e Dustin Hoffman – che avrebbero attirato anche un pubblico giovane, spesso lontano dalla rete ammiraglia della RAI, e si è scelto di farli restare a botte di melodrammi sentimentali e complotti meschini, che della Storia non catturano neanche l’ombra?

Grossi guai a casa Medici

Dimenticate la cupola autoportante, dimenticate la peste, dimenticate anche le uccisioni efferate alla Game of Thrones: non è Firenze il fulcro di questa serie e nemmeno i complotti politici per definire chi sarà la famiglia dominante negli affari della città. Tutto ciò che conta sono i dolori del giovane Cosimo – sempre pronto a compiere ogni efferatezza e poi rinchiudersi in un tormento così troppo drammatico, per essere preso davvero sul serio.

Tutto ciò che conta è un giallo, che sottotraccia ha accompagnato lo svolgimento di tutte le puntate, un terzo incomodo che improvvisamente conquista prepotentemente la scena. La rivelazione finale è deludente, soprattutto alla luce delle motivazioni che gli sceneggiatori trovano per giustificare la morte di Giovanni de Medici: era cattivo, chi lo ha ucciso lo ha fatto per un mal riposto senso di giustizia, permettendo a Cosimo di prosperare.

O piuttosto di combinare un guaio dopo l’altro e farsi salvare dall’intervento provvidenziale di moglie, figlio, nuora, fratello o braccio destro. O persino dalla cupola stessa. A differenza del suo storico antesignano, questo Cosimo si rivela il protagonista più sciocco e inconsistente di sempre. Da far invidia, nella sua stoltezza e in una fortuna che lo assiste per pure esigenze di trama, persino a Harry Potter.

Una serie mal confezionata

Nonostante fosse basata su un falso storico, I Medici prometteva di essere una serie discreta: grandi nomi e una supervisione italiana che avrebbe assicurato un nucleo di fedeltà storica alla trama – non mancavano gli studiosi a cui rivolgersi. Tutto ciò che lo spettatore ottiene in cambio, invece, è la fiera del cliché, ambientazioni sbagliate, una storia politica interessante e coinvolgente ridotta nelle gabbie di una trama, che può star bene in uno sceneggiato di basse pretese, non in quella che prometteva di essere una Serie TV da far concorrenza alle produzioni straniere.

Su tutto spicca, prepotente, l’incapacità di buona parte degli attori di calarsi nei difficili panni rinascimentali a loro assegnati: troppo imbelli, troppo giovani, poco vissuti, incapaci di sostenere un primo piano senza scadere nello sguardo basito del pesce fresco sul bancone del mercato. E poi, imperante su tutto, un buonismo strisciante che rovina lo svolgimento di ogni evento, soprattutto dei più efferati, nel goffo tentativo di raccontare allo spettatore una storia che non sta in piedi, una storia di grandi ideali che dovrebbero piegarsi ai più sporchi compromessi per cambiare la realtà. Compromessi che, va detto, sono così stupidi da funzionare solo per esigenze di trama.

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