Il piccolo Alfie Evans ci ha lasciati questa notte alle 2.30, il decesso è stato comunicato dalla sua giovanissima mamma con queste parole: “Il mio gladiatore ha deposto lo scudo e si è guadagnato le ali”.

Una vita breve che ha lasciato il segno

Quella di Alfie è stata una vita brevissima, durata appena 22 mesi, ma di un’intensità assoluta perché è stata capace di muovere migliaia di persone che hanno in questi ultimi giorni protestato e pregato in Italia e Inghilterra, capace di muovere persino il nostro governo che gli ha ottenuto subito la cittadinanza, il Papa che ha ricevuto e incoraggiato Tom Evans e un Ospedale come il Bambin Gesù che si è distinto per la tenacia con cui ha tentato fino all’ultimo di portare il bambino in Italia per salvarlo.

Eppure fino a ieri tutto faceva ben sperare.

Era ormai lampante e sotto gli occhi di tutti, il cambiamento delle condizioni di salute di Alfie che, sconvolgendo le funeste previsioni dell’ospedale in cui era ricoverato, aveva resistito per molte ore dopo il distacco del supporto per la ventilazione, respirando autonomamente, nonostante il personale medico avesse previsto massimo 30 minuti di sopravvivenza senza ossigeno.

La vita palpitante di Alfie aveva scombussolato l'ospedale e l'Alta Corte. Un cambiamento significativo e critico perché scardinava la ferma convinzione dell’Alder Hey e della Corte Britannica che quella di Alfie fosse una vita “futile” e ormai destinata alla morte certa, verso la quale diventava inutile ogni tentativo di cura, andando a giustificare perciò, oltre che a livello legale, anche a livello “morale”, il protocollo di morte approvato e messo in atto insieme dall’ospedale e dall’Alta Corte britannica.

Una convinzione clamorosamente crollata in questi ultimi giorni con un semplice dato di fatto: la vita ancora fiorente e ostinatamente palpitante di Alfie che, anzi, sembrava stare meglio e aver recuperato il suo incarnato roseo. Nonostante il nuovo appello di sua madre, Kate Evans, di due giorni fa, per rivendicare il sacrosanto diritto di circolazione come cittadino italiano di Alfie fosse stato respinto dall’Alta Corte che non aveva voluto nemmeno prendere in considerazione il piano diagnostico presentato da un ospedale italiano, i genitori avevano continuato a lottare, in clinica, per ottenergli nutrizione e ossigeno.

E difatti, proprio all’Alder Hey, seppure in un clima di forte tensione, in alcuni infermieri aveva cominciato a nascere la consapevolezza (forse una crisi di coscienza?) che il bambino avesse davvero speranze di sopravvivenza e meritasse di essere assistito e curato adeguatamente, e ciò li aveva portati ad essere molto più collaborativi.

Un colpo di scena in una vicenda che procedeva tra alti e bassi, tra sussulti di umanità e sentenze che ricordano l’eugenetica di certi regimi totalitari.

L’impressione che si aveva dall’esterno era quella di un accanimento inspiegabile, contro un bambino inerme di 22 mesi e due giovanissimi genitori (di 20 e 21 anni) distrutti e provati dalla fatica e dal dolore, oltre che dalle innumerevoli notti in bianco passate all’interno dell’ospedale per vigilare il loro bambino.

La ribellione dei medici inglesi

Una vicenda che aveva suscitato l’indignazione generale anche tra i medici inglesi: il 24 aprile scorso la “Medethicsalliance” (un’associazione di medici inglesi) avevano emesso un comunicato stampa in cui si dichiaravano “oltraggiati dalla tirannia medica” esercitata dai colleghi dell’Alter Hey, a tortura della famiglia ed esigevano il trasferimento a Roma come soluzione riparativa a tanto disonore.

Un caso, insomma, che, seppure riguardante un bambino così piccolo e figlio di due comuni cittadini, ha suscitato un’incredibile sovraesposizione mediatica che probabilmente ha fatto anche paura a qualcuno: ricordiamo che l’ospedale, alcuni anni fa, era stato coinvolto in altre torbide vicende che abbiamo precedentemente illustrato che, dopo il clamore suscitato dalla vicenda di Alfie, sono divenute ormai virali in rete, riportate da varie testate giornalistiche che parlano coralmente di un vero e proprio “ospedale degli orrori”.

Le scottanti indagini delle magistratura britannica di cui vi avevamo già parlato (con tanto di pubblica confessione del cardiologo della clinica) e che erano stranamente finite del dimenticatoio, sono state praticamente scoperchiate in questi ultimi giorni grazie anche all’interesse crescente dei giornalisti, appostati giorno e notte davanti all’ospedale e alla larga diffusione tramite mezzi stampa, della vicenda.

Forse per questo il braccio di ferro con la famiglia Evans si era fatto così forte?

Eppure, nonostante l’ostinazione dei giudici e dell’ospedale, l’Italia non si era arresa fino alla fine ed era stata creata una rete virtuosa tra l’associazione “Steadfast onlus” (che vigilava perché il bambino avesse la nutrizione e ha svolto un ruolo preponderante nell’ottenimento della cittadinanza italiana per Alfie) e una rete di giuristi italiani (“Giuristi Per la Vita”) inglesi e polacchi che avrebbero, in futuro, assistito la famiglia.

Una vita che l’Alta Corte, nella sua sentenza, aveva definito “futile” ma lascia perplessi che un’esistenza che la giustizia abbia considerato non degna di essere vissuta abbia potuto coinvolgere, smuovere e cambiare la vita di così tante persone e persino di alcune istituzioni.

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