I dati al mattino sembrano essere chiari – o forse non lo sono affatto: con il 42% di affluenza e il 90% di Sì all’indipendenza, per Carles Puigdemont sembra assodato che la secessione dalla Spagna si farà. Molte sono però le incertezze, a cominciare dal fatto che non ci sono voci concordi sulla regolarità dello svolgimento delle operazioni di votazione – si parla di persone che hanno votato più volte, da un lato; dall’altro si accusa il governo spagnolo di aver impedito l’accesso a molti seggi e, così, un’affluenza più alta.

Incerte sono persino le basi di questo referendum: illegale secondo la Costituzione spagnola, la pretesa del governo catalano di poter dichiarare unilateralmente la secessione dal governo centrale si appoggia alla ‘Legge del Referendum’, approvata dal Parlamento catalano lo scorso 6 settembre.

Questa legge non è stata votata con la maggioranza dei due terzi richiesta per leggi che modificano lo Statuto di Autonomia della catalogna. Soprattutto, tale legge non ha ottenuto il parere preventivo del Tribunale Costituzionale della Catalogna.

In questa situazione di profonda frattura fra la Catalogna e il resto della Spagna, in un clima teso di violenze e repressioni, di accuse e contro-accuse, un solo dato emerge davvero chiaro. Per non citare il premier Mariano Rajoy: la democrazia ha perso. Con il ricorso al volere popolare, prima, e alle forze di polizia per reprimere detto ricorso, poi, ha perso la democrazia, hanno perso le istituzioni che dovrebbero salvaguardare il diritto delle minoranze a esprimersi, senza danneggiare la vita dello Stato in cui quelle minoranze vivono.

I meccanismi democratici, già fragili in questo periodo di crisi generale, si sono dimostrati tanto inefficienti da essere messi da parte per ricorrere a strumenti plebiscitari, per rimettere al popolo la responsabilità di una scelta che la classe politica – spagnola e catalana – avrebbe dovuto compiere in virtù del ruolo che le è stato conferito attraverso le elezioni.

Ha perso, in fondo, anche l’Europa che adesso, come in occasione di altre e violente crisi nel cuore del continente, ha preferito restare a guardare. Oppure, nella persona dei diversi politici europei, ha preferito schierarsi, come se si fosse allo stadio, ad assistere a una partita di calcio.

Le responsabilità di una classe politica corrotta

È difficile – e probabilmente anche sbagliato – cercare di tifare per una parte o per l’altra in una situazione tanto complessa e compromessa come quella della crisi catalana. Ancora più difficile è lasciarsi andare alla tentazione di fare facili paragoni con situazioni geopolitiche che le assomigliano solo apparentemente: la Catalogna non è la Scozia e non è nemmeno il Lombardo-Veneto. La storia alle sue spalle è diversa – come lo sono le singole storie di tutti gli Stati-Nazione europei – ma è diverso anche il modo in cui questa crisi è stata gestita, fin da quando il malumore del popolo catalano è scoppiato – o, per meglio dire, è stato cavalcato da una classe politica che non ha saputo gestire la crisi economica e, messa di fronte alle sue colpe, ha preferito spostare l’attenzione altrove.

Non c’è bisogno di risalire indietro nel tempo e tracciare tutta la cronistoria dei travagliati rapporti fra la Catalogna e il resto della Spagna, fra questa regione autonoma del Regno d’Aragona e la Castiglia o fra i carlisti catalani e la dinastia borbonica. Le radici di questo malcontento sembrano essere molto più recenti e le richieste di Puigdemont e soci paiono agitare antichi spauracchi solo per risvegliare gli animi di una popolazione scontenta per la gestione finanziaria della crisi. In seguito alla crisi economica, infatti, il governo catalano ha fatto quello che hanno fatto molti altri governi dell’avanzato Primo Mondo: fra il 2010 e il 2015 ha ridotto la parte del bilancio destinata al welfare con tagli molto più radicali che in altre zone della Spagna.

Non solo.

L’attuale Presidente Carles Puigdemont ha militato nello stesso partito – il CDC (Convergència Democràtica de Catalunya) – da cui proveniva Artur Mas, ex-Presidente della Catalogna, costretto a dimettersi e poi condannato per aver indetto già nel 2014 un referendum sull’indipendenza catalana. Alla condanna per disobbedienza civile, si è aggiunta per Mas – insieme con l’ex-vicepresidente catalana Joana Ortega e la responsabile dell’Istruzione, Irene Rigau – anche quella per malversazione appena una settimana fa: la Corte dei Conti spagnola gli ha infatti ingiunto di restituire i 5,2 milioni di euro per quel referendum indetto senza l’ok del governo centrale.

Non solo Mas ma anche Jordi Pujol – ex-leader del CDC e Presidente della Catalogna dal 1980 al 2003 – era stato indagato per riciclaggio di denaro sporco ed evasione fiscale.

La classe politica catalana, insomma, non è certo più pulita di molte altre classi politiche ma quello che ha compiuto, indicendo un nuovo referendum, ha dimostrato una virata decisamente inquietante della politica, non solo catalana ma anche europea. È il continuo ricorso alla volontà popolare, non appena si presenta una difficoltà nella gestione amministrativa di un territorio, a essere disturbante.

E ancora più disturbante si è rivelata la gestione di una delicatissima crisi da parte del governo di Rajoy, che forse fin troppo memore di un passato dittatoriale tutt’altro che lontano, ha preferito il ricorso all’uso della forza di Stato per reprimere un referendum che sicuramente era illegittimo ma non poteva essere trattato, per questo motivo, come qualcosa che non esisteva, come se la rivolta ormai fomentata di una regione di sette milioni di persone fosse il colpo di testa di pochi golpisti ben organizzati.

C’è una frattura, fra la Catalogna e il resto della Spagna, che due classi politiche non hanno saputo e non hanno voluto ricomporre. E si tratta di una frattura aggravata da una crisi economica che, di nuovo, quelle stesse classi politiche hanno lasciato accadere, senza saperla poi gestire, né a livello nazionale né a livello europeo.

Il colpevole silenzio dell’Europa

In questo quadro già compromesso, l’Unione Europea non ci fa una bella figura. Quell’Unione Europea che finora è sembrata unita solo nell’imporre sanzioni economiche ma non ha mai saputo esprimere una volontà politica – interna ed estera – unitaria. Tralasciando le dichiarazioni folkloristiche di politici nostrani, che hanno dimostrato solo di voler tifare per la repressione di Stato o per l’irredentismo egoista di una classe politica – che rivolge una regione ricca contro quelle più povere, per coprire le proprie malversazioni – voci autorevoli nel contesto politico europeo non si sono sollevate per davvero.

L’unico ad essersi espresso in maniera chiara, finora, sembra essere stato Jeremy Corbyn, che nella giornata delle votazioni ha sollecitato la premier Theresa May a parlare al governo spagnolo, perché cessassero le violenze della polizia contro cittadini che stavano limitandosi a votare – seppure per un referendum illegale. La voce dei comuni cittadini, una voce ingrossata e manipolata dalla classe politica, è stata da quella stessa classe politica repressa e ignorata e i malumori e le manifestazioni derubricate a illegali, come se il richiamo letterale alla legge bastasse a placare gli animi.

Questo silenzio è inquietante e anche pericoloso: che l’Europa covi molti focolai di irredentismi irrisolti è un fatto.

Non c’è bisogno di andare lontano nella storia per ricordare la guerra che ha devastato i Balcani e ha smembrato la Iugoslavia, lasciandosi dietro strascichi che ancora pesano sui bosniaci, sui serbi, sui kosovari, sui montenegrini, sui croati e sugli sloveni. Non c’è bisogno di andare troppo lontano nel tempo, per ricordare che il Belgio, fra il 2010 e il 2011, rimase per un anno e mezzo senza un vero e proprio governo perché le tensioni fra il partito separatista fiammingo e i socialisti non riuscivano a trovare una soluzione – perché le divisioni fra le più ricche Fiandre e la più povera Vallonia non riuscivano a ricomporsi, né a livello politico né a quello sociale.

Ancora più vicino è il caso della Scozia, dove però ai cittadini scozzesi fu concesso di esprimere il proprio voto e il proprio parere sulla possibilità di continuare a coesistere nel Regno Unito – soprattutto all’indomani di una Brexit che rimise tutte le carte in tavola.

E in questo momento non si può non pensare alla Brexit, che una similitudine con la crisi catalana ce l’ha: in entrambi i casi c’era una classe politica in stallo e determinata a non prendere decisioni, impopolari o meno che fossero, per svincolarsi da una crisi economica che sembra non aver fine. In entrambi i casi questa classe politica ha tirato fuori dal cilindro lo strumento del referendum, rimettendo ogni decisione e responsabilità nelle mani del popolo. Un popolo che, però, da quella stessa classe politica, è stato convinto della bontà dell’una o dell’altra soluzione, senza essere informato fino in fondo dei rischi di una scelta da cui non si poteva tornare indietro.

Nel caos che al momento sta attanagliando la Spagna, le prove muscolari del governo di Rajoy hanno soltanto esacerbato gli animi di un popolo catalano, che forse non avrebbe votato così convintamente per il Sì, se il governo centrale non avesse dato ragione alle pretese del governo catalano, trasformando la Catalogna in una vittima grazie alle repressioni della Guardia Civil.

Urlare che tutti i disordini, le manifestazioni, gli scontri, le schede elettorali non esistano o siano ignorabili, solo perché il referendum catalano è illegittimo, è una linea d’azione testarda e pericolosa.

Mariano Rajoy e Carles Puigdemont dovrebbero finalmente affrontarsi faccia a faccia sul terreno delle istituzioni, seguendo i meccanismi di quella democrazia che continuano a nominare, senza averne afferrato esattamente il concetto. Peccato che questo imporrebbe loro di prendere decisioni senza nascondersi più dietro la volontà popolare, che, al momento, è l’unica linea che nessuno dei due sembra intenzionato a percorrere.

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