Una speranza nella lotta al Coronavirus arriva anche dagli anticorpi monoclonali, proteine prodotte dal sistema immunitario per contrastare specificamente il Covid. Ora, sia i ricercatori della Columbia University che quelli guidati da Rino Rappuoli, presso TLS a Siena, hanno isolato degli anticorpi molto potenti dal sangue dei pazienti guariti da Covid. La sperimentazione sull’uomo potrebbe partire in autunno. La loro applicazione sarebbe di tipo “terapeutico” e non in “profilassi”, ma sarebbe in ogni caso un arma potentissima per contrastare clinicamente gli effetti del coronavirus.

Su Nature, 9 anticorpi dalla Columbia University

La notizia è stata pubblicata la settimana scorsa sulla prestigiosa rivista Nature, prima firma Lihong Liu. A New York, i ricercatori della Columbia University, collaborando a stretto contatto con i colleghi del Dana-Farber Cancer Institute dell'Università di Harvard, del Vaccine Research Center presso i National Institutes of Health (NIH), della Facoltà di Medicina “Li Ka Shing” dell'Università di Hong Kong e di altri istituti, hanno isolato nove anticorpi che, nei test sugli animali, hanno dato una straordinaria risposta, tale da far sostenere ai ricercatori coinvolti nel progetto che questi sembrano essere gli anticorpi più efficienti finora isolati contro il coronavirus.

Almeno sulla base della risposta ottenuta sugli animali. Il passaggio successivo è la sperimentazione sull’uomo.

A questo risultato si è giunti isolando gli anticorpi presenti nel sangue di 5 pazienti donatori, ricoverati in ospedale con una forma grave di CoviD-19. Hanno isolato inizialmente 61 anticorpi, e di questi 19 hanno mostrato una notevole efficacia in vitro nel bloccare SARS-CoV-2.

In una fase successiva si è passati a 9 anticorpi che, al momento, sembrano i più promettenti e meritori di una sperimentazione sull’uomo.

La procedura per arrivare a identificare degli anticorpi altamente specifici e molto potenti verso un determinato agente aggressore, nel nostro caso SARS-CoV-2, parte dall’isolare dei linfociti B dei pazienti, cellule che producono anticorpi neutralizzanti.

Si cercano quelli che hanno dei particolari “epitopi” – ovvero che riescono ad identificare, colpire e distruggere parti dell’antigene. In questo caso gli “epitopi” erano specifici per la proteina di superficie del coronavirus, detta “Spike”. Questa si lega al recettore ACE-2, altra proteina presente sulla membrana delle cellule polmonari. In seguito a questa interazione il coronavirus riesce ad entrare nella cellula per replicarsi e diffondersi.

Nei test in vitro, i nove anticorpi isolati sono stati in grado di inibire il virus ad un dosaggio di 0,7-9,0 ng/ml. Inoltre, la mappatura degli epitopi ha mostrato che questi anticorpi – ad elevata immunogenicità - avevano epitopi specifici per tutti i siti della proteina S (o Spike).

Questi immunoglobuline sono in grado di legare sia RBD (dominio legante il recettore) che NTD (dominio N-terminale) della proteina S. Un paio sono in grado di agganciare epitopi quaternari situati nella porzione superiore della Spike. Grazie a questo ampio raggio di azione, questi super anticorpi impediscono al virus di agganciarsi alle cellule umane, neutralizzandolo.

Questi anticorpi vengono quindi “ingegnerizzati” affinché possano essere prodotti industrialmente per le applicazioni cliniche. Ma, nella sostanza, non c’è una grossa differenza tra l’uso di un anticorpo monoclonale ingegnerizzato e il plasma estratto dai pazienti guariti. Entrambi mettono a disposizione del paziente “accettore” degli anticorpi esogeni.

Questo approccio si chiama “immunoterapia passiva”. Cosa ben differente dai vaccini che invece stimolano l’organismo a riconoscere l’antigene (coronavirus), e a produrre degli anticorpi specifici che vanno a distruggere l’agente aggressore ogni volta che questo viene in contatto con il soggetto immunizzato (vaccinato).

Anche l’Italia è in prima linea

La notizia pubblicata su Nature ha indotto i ricercatori italiani a venire allo scoperto e comunicare i risultati che stanno ottenendo. Anche qui sono partiti isolando gli anticorpi dal sangue di pazienti guariti. Parliamo di un progetto nato dalla collaborazione tra Fondazione Toscana Life Sciences (TLS), insieme all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese, e l’Istituto nazionale malattie infettive dell’Ospedale Spallanzani di Roma.

Il coordinatore del progetto è Rino Rappuoli, Chief Scientist and Head External R&D di GSK vaccines.

Partendo da un numero elevato di anticorpi isolati, più di quattromila, dopo una minuziosa fase di scrematura, i ricercatori sono giunti a selezionarne solo tre anticorpi.

Le sequenze del DNA sono state inviate in un laboratorio svizzero che svilupperà le linee cellulari per la produzione industriale degli anticorpi. Produzione che avverrà sempre in Italia, grazie ad un accordo con i centri di produzione della Menarini, una multinazionale farmaceutica con quartiere generale a Firenze.

Rispetto allo sviluppo di un farmaco o di un vaccino, lo sviluppo di un anticorpo richiede tempi molto ridotti. Ora l’obiettivo è iniziare la sperimentazione clinica entro fine anno.

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