Come dichiarato dal Cdc (Centro di controllo e prevenzione delle malattie infettive) americano, più della metà delle infezioni verrebbero trasmesse da persone asintomatiche e positive al coronavirus. I dati spiegano come avviene il contagio: il 24% diffonderebbe il virus pur non presentando sintomi, mentre il 35% lo trasmetterebbe nella fase di incubazione (sono i cosiddetti presintomatici). Infine, la restante parte, e cioè il 41% dei casi, deriverebbe dai soggetti sintomatici. Dai dati emerge che una persona su cinque non manifesterebbe nessun sintomo e che quindi, inavvertitamente, sarebbe il veicolo di diffusione del virus.

Sempre secondo il Cdc, l'uso della mascherina avrebbe un ruolo primario nella protezione e ridurrebbe del 70% il rischio di infezione.

Uso della mascherina anche in assenza di sintomi

Lo studio americano dimostrerebbe poi che i dispositivi di protezione sarebbero fondamentali sia nei soggetti asintomatici che in quelli presintomatici, laddove non sarebbe garantita la distanza di almeno un metro. I presintomatici potrebbero contagiare prima ancora di manifestare i sintomi da Covid-19: sono stati condotti diversi studi a dimostrazione di tale effetto. Tra questi, quello svoltosi sulla portaerei americana Roosevelt, diventata un focolaio per l'impossibilità di mantenere il distanziamento sociale. Dai risultati si è visto che solo chi indossava la mascherina ha ridotto notevolmente il rischio di contrarre la malattia.

La comunità scientifica divisa

Inizialmente si attribuiva agli asintomatici un tasso di contagiosità dell'81%, ma solo un mese fa sono stati pubblicati 13 studi sul Canadian journal, in cui si è calcolato che i soggetti che non hanno sviluppato sintomi per almeno una settimana, sono stati il 17%. La possibilità da parte di questi ultimi di trasmettere il virus è stata del 42% in meno rispetto a chi possedeva la sintomatologia, queste le dichiarazioni del coordinatore scientifico della Bond University australiana, Oyungerel Byambasuren.

Andrew Azman, coautore di una ricerca della John Hopkins University postata sul sito medRxiv, ha confermato che un soggetto asintomatico ha 1/4 della possibilità di trasmettere la malattia ad un proprio convivente; a differenza però di una persona che vive in isolamento, può trovarsi maggiormente a contatto con altri e aumentare quindi il rischio contagio.

La comunità scientifica non sembra prendere in considerazione i soggetti asintomatici perché considerati poco affidabili in relazione al contagio. A sostegno di questa teoria Stefano Merler, della fondazione Bruno Kessler, dichiara al Messaggero: “Calcoliamo l’Rt da due sorgenti: la serie temporale di dati sintomatici e la data di inizio sintomi. Non consideriamo gli asintomatici perché essi sono una quantità molto instabile nel tempo e quando c’è difficoltà nel contact tracing la quota diminuisce”.

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