Maxiprocesso Rinascita-Scott, oltre 300 imputati alla sbarra nell’aula bunker allestita a Lamezia Terme negli stabili in disuso della Fondazione Terina. Il dibattimento nato dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri si propone di far chiarezza sulla pervasività delle infiltrazioni e le diramazioni fuori regione del clan Mancuso considerato tra i più sanguinari e influenti della ‘ndrangheta, delle sue cosche satellite e di quelle rivali. Un arduo compito affidato al collegio giudicante presieduto da Brigida Cavasino con a latere i giudici Gilda Romano e Claudia Caputo che oggi ha ascoltato due dei 60 collaboratori di giustizia chiamati a testimoniare: Luigi Bonaventura e Giuseppe Giampà.

Bonaventura: 'San Luca cerca sempre di tenere le redini'

Di spalle, capo coperto, collegato in videoconferenza dal sito riservato Luigi Bonaventura parla del suo trascorso criminale. Il 50enne crotonese ex reggente del clan Vrenna-Bonaventura, noto per aver partecipato alla strage di piazza Pitagora a Crotone, collabora con la giustizia dal 2007. Ha risposto alle ultime domande dell’esame del pm Antonio De Bernardo iniziato nelle scorse settimane con dichiarazioni riferite ai suoi cugini Tonino e Raffaele Vrenna, noti imprenditori del settore edile, rifiuti e sportivo (la proprietà del Crotone calcio è riconducibile alla loro famiglia). In quell'occasione ha dichiarato che i due impresari sono degli "invisibili", non sono affiliati, sono ben inseriti nell'universo massonico e interagiscono con gli ambienti che contano salvaguardando gli interessi della cosca.

"In 12 ore nel settembre 2006 - racconta Luigi Bonaventura - ho subito due attentati a mano armata. Uno alla sera e uno al mattino quando riuscii a rispondere con un conflitto a fuoco mi resi conto che a sparare dall’altro lato c’era mio padre. Mi diedi quindi ad una latitanza volontaria".

Nell'illustrare la geografia delle 'ndrine Bonaventura spiega che il Crimine, una sorta di organismo di raccordo, non resta sempre a San Luca, ma si sposta.

Negli anni Sessanta a Catanzaro, negli anni Settanta a Crotone, negli Novanta in poi di nuovo a Polsi con a capo Antonio Pelle detto Gambazza e dal 2000 fino al giorno della mia collaborazione era a Cutro con il gruppo Grande Aracri. Il Crimine assoluto è invece una persona anziana benvoluta da tutti, non necessariamente un boss, che funge da custode delle regole.

Tra le persone che ebbero questo ruolo ricordo sicuramente mio nonno che era un Vrenna, Antonio Pelle di San Luca e Tripodi. Ogni anno a settembre il gotha della 'ndrangheta si riunisce al santuario Polsi. "Tra noi e San Luca i rapporti si deteriorarono nel 2005 perché San Luca ha sempre cercato di opporre resistenza per detenere il Crimine e controllare tutto. Anche quando il Crimine si spostò a Catanzaro e a Crotone, la provincia di Reggio Calabria cercava sempre di tenere in mano le redini".

Giampà: 'Volevano l'autonomia da San Luca'

Giuseppe Giampà 41enne figlio del boss Francesco Giampà alias “il Professore” collabora con la giustizia dal 2012. Con i cugini Aldo Notarianni e Pasquale Giampà ambiva a detenere il pieno controllo del lametino in feroce contrasto con la cosca Torcasio.

Era a capo del braccio armato del clan. “Avevo ammazzato una decina di persone per questo motivo – spiega Giampà - ho scalato con rapidità la gerarchia ‘ndranghetistica ricevendo la dote di padrino. Tutto dipendeva da San Luca e ad un certo punto si è pensato di creare una provincia autonoma, distaccata da Polsi, che coordinasse le cosche di Crotone, Catanzaro, Lamezia e parte del cosentino. La famiglia Bonavota di Sant’Onofrio era l’unica del vibonese che voleva staccarsi da Reggio Calabria. Era un progetto di Nicolino Grande Aracri (il boss di Cutro condannato all'ergastolo nel processo Aemila). La cosca Mancuso era superiore alle altre, tutte le famiglie mafiose del vibonese dovevano dare loro una percentuale dei proventi dell’attività criminale.

Andrea Mantella però non voleva dar loro i soldi, così come i Bonavota e gli Anello, e arrivò al punto di pestare in piazza un Mancuso nonché ordire attentati ai loro danni. L’obiettivo dei fratelli Bonavota era scalzare i Mancuso nella gestione dell’area industriale di Maierato. Tra di noi collaboravamo. Mantella e Scrugli vennero a Lamezia da mio cugino Pasquale per chiedere il favore di uccidere Franzoni, un ragazzo della Brianza di origini calabresi. Acconsentimmo e fu freddato ad un semaforo nella frazione Porto Salvo di Vibo Valentia. Il mandante era Carmelo Lo Bianco e il delitto si è consumato in un contesto di scambio di killer, loro ci aiutarono a fare degli attentati a colpi di arma da fuoco al gruppo dei Torcasio che però non andarono a buon fine. Bruno Gagliardi e Gennaro Pulice infatti non furono uccisi perché quel giorno all’alba furono arrestati per estorsione".