Boris Johnson, il paladino della “hard brexit”, ce l’ha fatta. Questa sera, l'ex ministro degli Esteri di Sua Maestà è stato convocato a Buckingham Palace ed ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo. Nei giorni scorsi era stato scelto dal Partito Conservatore come successore di Theresa May con il voto favorevole del 66% dei voti degli iscritti. Al ballottaggio, infatti, ha ottenuto 92.153 voti, contro 46.656 del rivale Jeremy Hunt.

Confrontando i dati con quelli dei suoi predecessori, va detto che Johnson ha ottenuto una percentuale leggermente inferiore a quella di David Cameron, che nel 2005 aveva ottenuto il 68% dei voti.

Il Partito Conservatore, comunque, si è rivelato più unito dei partiti concorrenti, nelle consultazioni in materia. Jeremy Corbyn, il leader del Partito Laburista, infatti, non andò oltre il 62%, nel 2016. Anche la leader del Partito Liberal democratico, Jo Swinson, fu eletta con il 63% del voto degli iscritti.

Ciò fa presumere che Johnson non avrà problemi a presentarsi alla Camera e contare sull’appoggio pressoché compatto di tutti deputati del suo partito. Fermo restando che, nel sistema britannico, non è previsto un voto di fiducia salvo che a chiederlo sia il leader dell’opposizione. Poiché il Parlamento andrà in ferie giovedì 25, sino al 3 settembre, questo ipotetico scenario è comunque rinviato.

Boris Johnson e il suo unico programma

Il programma con il quale Johnson ha tambureggiato i sudditi di Elisabetta, sin dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Ue, ha sempre avuto un solo punto: fuori dall’Europa, senza se e senza ma. 55 anni, già sindaco di Londra, sarà lui a traghettare il Regno Unito verso l’uscita dalla Ue entro il 31 ottobre. Un nuovo accordo – ha detto – non è necessario. Meglio nessun accordo che il cattivo accordo negoziato dalla predecessora Theresa May che proprio lui ha contribuito ad affossare, in Parlamento.

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Il futuro, tuttavia, potrebbe riservargli un nuovo referendum, già richiesto dal capo dell’opposizione laburista se non addirittura delle aleatorie elezioni anticipate. Le Cassandre anti-brexit non escludono addirittura altri due referendum. Il primo: quello dell’Irlanda del Nord per riunirsi al Sud, rimasto nella Ue. Il secondo: quello di secessione della Scozia, con l’intento di rinegoziare il rientro della regione settentrionale del paese in Europa.

Johnson ha inoltre dichiarato che effettuerà un robusto rimpasto di governo.

D’altronde, già numerosi ministri pro-Brexit del gabinetto May avevano preferito dimettersi, non condividendo i contenuti dell’accordo che l’ex premier aveva stretto con la Ue. Per il Ministero degli esteri, sembra che il candidato sia proprio quel Jeremy Hunt che ha conteso all’ex sindaco la premiership sino a pochi giorni fa.

I commenti da Bruxelles non propriamente favorevoli a Boris Johnson

Anche se la neo-Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen ha dichiarato di aspettare con ansia di costruire con Johnson “una relazione forte e buona”, a Bruxelles i commenti non sono tanto favorevoli al nuovo primo ministro.

Michel Barnier, capo negoziatore per la Brexit, non vede la possibilità di rielaborare l’accordo concordato a suo tempo con Theresa May, se non sui dettagli. Alcuni commissari europei uscenti hanno definito Johnson “un giocatore d’azzardo” e un bugiardo stile URSS.

Se i presupposti sono questi, la strada per un “no-deal”, cioè un’uscita senza accordo, è in discesa. Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione ritiene che “una Brexit senza accordo sarebbe una tragedia“. L’agenzia di rating “Moody’s”, prevede un’ulteriore discesa della sterlina rispetto al dollaro.

Anche se, dopo il calo di stamattina, la divisa britannica è tornata a salire.

Né sembrano complessivamente rosee le previsioni economiche dell’Unione, in caso di “hard brexit”. Soprattutto per i paesi esportatori oltre Manica. Per questo il Brexit Steering Commitee, cioè il gruppo di lavoro sulla Brexit del Parlamento europeo ha già fissato una riunione per domattina. La strada per elaborare un piano B, tuttavia, sembra estremamente stretta.

Unica nota positiva per le istituzioni UE: il 31 ottobre, con l’uscita definitiva del Regno Unito, decadranno anche i suoi parlamentari europei.

A Bruxelles l’astensione equivale a voto contrario. In occasione dell’elezione della presidente Von der Leyen, i britannici si sono astenuti è la candidata è stata eletta con una maggioranza di soli 9 voti. Determinanti sono stati i 14 del Movimento 5 Stelle italiano. Ora i seggi complessivi del Parlamento saranno ridotti e la futura Commissione potrà beneficiare di maggioranza leggermente più ampia.

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