Dopo aver incassato una sonora sconfitta in Sicilia, il Partito Democratico di Matteo Renzi dovrà cambiare pelle per sperare nella clamorosa rimonta alle politiche. L’approvazione della relazione in direzione nazionale del segretario, tuttavia, resta solo il primo passo formale di un nuovo inizio. Renzi pare si sia convinto della necessità di guardare oltre l’esperienza dei mille giorni di governo. Sinistra Italiana e Mdp hanno raccolto l’assist dell’ex premier aprendo al corteggiamento. La trattativa è iniziata in modo repentino con il Pd disponibile a discutere dei provvedimenti che avevano causato la scissione stessa.

Il Jobs Act continua a essere però la vera mela della discordia tra le opposte fazioni: da una parte la disponibilità a migliorarlo rimane, dall’altra non si chiede altro che la sua cancellazione. Detto così sarà difficile trovare un compromesso solido, ma Renzi sa bene che da solo o quasi (ha strappato il sì di Radicali e Verdi) non andrà molto lontano. Dall’ultima assemblea dei democratici è emerso un’altra novità non da poco: l’apertura del leader a una gestione più pluralistica del partito. Un passaggio chiave questo, perché ha consentito di ricompattare le fila all’interno prevenendo dissapori e contestazioni che pure stavano emergendo.

Tutto su Fassino

Degli ultimi sfidanti di Renzi alle primarie, Michele Emiliano è apparso il più rinfrancato dal cambiamento di stile del suo segretario.

Il governatore della Puglia, come nel caso di Vincenzo De Luca in Campania, in ottica elezioni avrà un ruolo fondamentale per catalizzare voti al Sud. Risolto il problema interno, Renzi non ha avuto dubbi sul nome su cui puntare per costruire nuovi ponti con la Sinistra: Piero Fassino. Per esperienza, amicizia e stima personale, l’ex sindaco di Torino ha vestito immediatamente i panni di ambasciatore e si è messo al lavoro.

Le sue prime mosse sono state già decisive: confrontarsi faccia a faccia con le due autorità istituzionali divenute simbolo della nuova proposta politica esterna al PD, Laura Boldrini e Pietro Grasso. I presidenti di Camera e Senato si sono trasformati nelle ultime settimane da arbitri a potenziali leader dei progressisti dopo essere entrati in rotta di collisione con le politiche di Renzi.

In particolar modo Grasso, secondo i sondaggisti, continua a raggranellare consensi in sfavore proprio del capo dei democratici. Fassino gli ha chiesto lumi sulla sua candidatura ricevendo parziali rassicurazioni.

Bersani non chiude

Il destino politico già scritto di Boldrini e Grasso non poteva che scatenare accese polemiche in Parlamento. Gli inviti a dimettersi sono arrivati puntuali, tanto da far scattare la difesa d’ufficio di Pier Luigi Bersani che per primo li aveva “tirati per la giacchetta”. Ospite degli studi di La7, il leader di Mdp è tornato poi sul nodo alleanze indicando una precisa rotta a Renzi e al PD: “Uniti si perde, è cambiando che si vince”. Una svolta che potrebbe attivarsi anche dal nome del futuro candidato premier del Centrosinistra per Palazzo Chigi: “C’è un pezzo del nostro popolo che non ne vuole più sapere di Renzi e della sua arroganza”.

Eppure i margini per ricomporre il puzzle rompicapo permangono: “Se il PD cancella il Jobs Act e si tiene Renzi io ci sto alla grande”. A ribadire il suo no categorico è stato invece Massimo D’Alema, che difficilmente accetterà di confrontarsi con Fassino nelle prossime settimane. Più probabile che al tavolo ci sarà Roberto Speranza e quel Giuliano Pisapia che invoca una sintesi tra tutte le forze del Centrosinistra. Lo stesso desiderio espresso da Romano Prodi che potrebbe ritornare in gioco da protagonista.

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