La pensione integrativa è uno strumento di welfare di natura privata pensato per affiancarsi all’assegno pubblico e garantire lo stesso tenore di vita avuto durante l’attività lavorativa anche nella vecchiaia. Oltre a ciò, le regole di funzionamento della previdenza complementare permettono di avere di un importante sostegno in casi particolari della vita, come nei periodi di disoccupazione, malattia o per l’acquisto della prima casa.

A particolari condizioni, chi ha scelto di sottoscrivere un fondo finalizzato alla pensione integrativa può anche ottenere un anticipo di quanto accantonato per qualsiasi esigenza nella misura massima del 30%.

In questo modo, la previdenza complementare può rappresentare contemporaneamente un utile strumento di risparmio, visto che le somme versate vengono investite garantendo rendimenti finalizzati alla crescita del capitale nel lungo periodo.

Infine, come vedremo all’interno di questa guida di Blasting News, sottoscrivere un fondo pensione permette di beneficiare di importanti vantaggi fiscali sia durante il periodo dei versamenti, sia al momento del ritiro di quanto accumulato sotto forma di capitale o di rendita.

Pensione integrativa: quali sono le regole d'iscrizione e i vantaggi per i lavoratori

All’interno di questa guida verrà spiegato perché è importante aprire una posizione nella previdenza complementare e quali sono i criteri di accesso e di fruizione di quanto accantonato.

Oltre a ciò, scopriremo perché può essere molto conveniente sottoscrivere un fondo pensione dal punto di vista fiscale. Ecco i punti che tratteremo:

  • qual è il principio di funzionamento della previdenza complementare;
  • quali sono le diverse tipologie di fondi pensione disponibili;
  • quali sono i vantaggi fiscali che si ottengono in caso di adesione;
  • come ottenere il pensionamento anticipato fino a 10 anni grazie alle Pensioni integrative.

Qual è il principio di funzionamento alla base della previdenza complementare?

Il secondo pilastro previdenziale è stato pensato per garantire la possibilità di avere un reddito dignitoso in età avanzata e in particolare nel momento in cui si termina la propria attività lavorativa.

Il graduale passaggio al sistema contributivo puro (dal precedente retributivo - misto) ha comportato la necessità di lavorare più a lungo e al contempo l’evenienza di ricevere pensioni più basse rispetto al passato. Questo perché il calcolo del futuro assegno pubblico non si basa più sugli ultimi stipendi percepiti, ma sui versamenti effettivamente accumulati nel corso della propria carriera.

La previdenza complementare si inserisce in questo contesto offrendo la possibilità di pensionamento anticipato in caso di disagio e garantendo un aiuto importante nel tasso di sostituzione tra ultimo stipendio e rendita pensionistica. Ad esempio, contando che il primo assegno pensionistico di un lavoratore corrisponda al 70% dell’ultimo stipendio percepito, una pensione complementare può garantire di colmare tale differenza generando una rendita corrispondente al 30% del reddito precedente, che altrimenti verrebbe perso. La richiesta può essere inoltrata non appena il lavoratore ha raggiunto i requisiti di accesso alla pensione nella propria gestione obbligatoria di riferimento (Inps o cassa professionale), sia che abbia ottenuto la pensione ordinaria o anticipata.

Oltre a ciò, in caso di disoccupazione è possibile richiedere il riscatto di parte o dell’intero montante accantonato. In particolare, è richiedibile il 50% della propria posizione dopo 12 mesi dalla perdita del proprio lavoro e dell’intero montante dopo 48 mesi di disoccupazione, in caso d'invalidità permanente o per la perdita dei requisiti di partecipazione. Tutti gli iscritti possono decidere di interrompere in qualsiasi momento i propri versamenti senza obblighi o penalizzazioni. Il lavoratore può anche scegliere di destinare al fondo pensione il proprio TFR, che godrà così della fiscalità di vantaggio prevista per il comparto. In questo caso, la scelta è irreversibile.

Le diverse tipologie di fondi pensione: dai negoziali agli aperti, fino ai PIP

Il lavoratore che decide di aderire alla previdenza complementare può scegliere tra tre differenti categorie di fondi pensione. La maggior parte dei lavoratori dipendenti può innanzitutto verificare se il proprio contratto prevede un fondo negoziale di categoria o fondo aperto. Si tratta solitamente della scelta da preferire per via dei bassi costi di gestione, che possono essere determinanti nel tempo per garantire una migliore crescita del capitale.

Coloro che non possiedono un fondo negoziale di riferimento possono valutare l’apertura di un fondo aperto, oppure di un PIP. Nel primo caso si tratta di fondi ai quali possono partecipare tutti i lavoratori dipendenti o autonomi, ma anche coloro che non lavorano (ad esempio le casalinghe) che desiderano costruirsi una rendita previdenziale privata.

I PIP sono invece Piani Individuali Pensionistici gestiti da enti assicurativi con le stesse regole dei fondi pensione. Di fatto rappresentano contratti di assicurazione sulla vita ai fini previdenziali e sono sottoscrivibili da chiunque tramite gli intermediari delle compagnie assicurative. Vengono fatti con contratti di Ramo I (polizze vita, ovvero tipici contratti di natura assicurativa) o di Ramo III (Polizze Unit Linked).

La scelta del fondo pensione non è irreversibile, visto che la normativa prevede la possibilità di trasferire la propria posizione presso un diverso fondo con una permanenza di almeno due anni. In caso di trasferimento l’anzianità maturata nella previdenza complementare resta conservata.

I vantaggi fiscali disponibili con l’adesione al fondo pensione

Vista la funzione sociale e di welfare dei fondi pensione, lo Stato ha previsto importanti agevolazioni fiscali per i sottoscrittori. Infatti, i versamenti effettuati dal lavoratore nel corso dell’anno godono della deducibilità fiscale dei contributi versati, con il recupero della relativa aliquota IRPEF in busta paga o tramite la dichiarazione dei redditi. È da notare che la deduzione è maggiormente conveniente della detrazione, perché permette di abbattere interamente l’imponibile e non di recuperare una semplice percentuale dell’imposizione.

Il recupero è previsto entro il limite di 5.164,57 euro l’anno. Dopo tale cifra è possibile continuare a versare, ma senza godere della deduzione fiscale.

Ad esempio, un lavoratore con reddito complessivo di 34.000 euro dovrà pagare imposte per 9.240 euro l’anno. Versando 3.000 euro si ottiene un vantaggio fiscale di 1.140 euro, abbattendo le tasse a 8.100 euro e beneficiando al contempo degli interessi finanziari sull’intera somma versata alla fine di ogni anno.

Anche i rendimenti annui dei fondi pensione beneficiano di un’importante agevolazione rispetto agli altri prodotti finanziari. Quest’ultimi sono infatti soggetti a un’imposta del 20% rispetto a quella ordinaria del 26% applicata agli altri investimenti finanziari, mentre i Titoli di Stato vedono applicare una tassazione ridotta ai rendimenti fissata al 12,5%.

Infine, al momento del riscatto i contributi che hanno beneficiato della deduzione si vedono applicare un’aliquota sostitutiva di vantaggio del 15%, ridotta di un ulteriore 0,30% per ogni anno di partecipazione successivo al quindicesimo con un limite fissato al 9% (raggiungibile dopo 35 anni di partecipazione).

Le altre richieste di anticipazione vengono tassate al 23%, a eccezione dei casi di spese sanitarie, perdita di lavoro, invalidità o morte.

Come anticipare l’uscita dal lavoro di 10 anni con la RITA in caso di situazioni di disagio

La previdenza complementare garantisce infine anche la possibilità di accedere in anticipo alla pensione con uno sconto massimo di 10 anni rispetto ai requisiti ordinari dell’Inps o della propria forma sostitutiva obbligatoria. Questa eventualità si verifica in caso di cessazione dell’attività lavorativa o inoccupazione. L’opzione prende il nome di RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata) e consente l’erogazione del montante accumulato (in percentuale o nella sua interezza) su richiesta come forma di accompagnamento al pensionamento ordinario.

I requisiti prevedono la maturazione dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia entro i 10 anni successivi alla domanda e un periodo di inoccupazione superiore a 24 mesi, oltre a un’anzianità di iscrizione alla previdenza complementare di almeno 5 anni. È possibile richiedere la RITA anche con la cessazione dell’attività lavorativa, in questo caso però bisogna maturare l’accesso alla pensione entro i 5 anni successivi e dimostrare di aver maturato almeno 20 anni di versamenti nel proprio regime obbligatorio di appartenenza.

Faq (frequently asked questions) sulla pensione integrativa

Chi può aderire alla previdenza complementare? I vantaggi sono disponibili per tutti?

La previdenza complementare non pone limiti di apertura di una posizione e non è destinata necessariamente ai lavoratori.

È possibile, ad esempio, aprire una posizione per i propri figli garantendogli una importante tutela previdenziale. I benefici fiscali legati alla deducibilità dei versamenti possono essere richiesti anche per i familiari a carico, purché non si ecceda dal limite dei 5.164,57 euro l’anno.

Cosa accade al denaro accumulato in caso di morte?

Qualora sopraggiunga la morte dell’iscritto prima che quest’ultimo abbia richiesto le prestazioni i soldi accumulati nel fondo pensione non vengono persi, ma sono destinati ai soggetti indicati dall’iscritto. In caso di mancata designazione, la posizione viene liquidata agli eredi legittimi o testamentari.

Come funziona la rendita erogata dal fondo pensione una volta raggiunta l’età di pensionamento?

Una volta raggiunta l’età di accesso alla pensione ordinaria o anticipata secondo il proprio regime obbligatorio il lavoratore può richiedere la somma accantonata (composta da versamenti più rivalutazioni) sotto forma di capitale o rendita. Il capitale è richiedibile nella misura del 100% qualora la conversione in rendita generi un reddito annuo inferiore al 50% dell’assegno sociale (nel 2020 la cifra corrisponde a 2.988,9 euro annui). La rendita viene calcolata secondo il modello del sistema contributivo puro, cioè applicando al montante complessivo un coefficiente di conversione che tiene conto dell’aspettativa di vita del pensionato sulla base di un principio di natura attuariale (cioè garantendo la tenuta complessiva del sistema).

Come scegliere la rendita pensionistica migliore per la propria situazione?

Nel momento in cui si decide di ritirare una parte o l’intero capitale sotto forma di rendita è possibile scegliere tra diverse opzioni, sulla base della specifica situazione personale. Oltre alla rendita ordinaria è infatti possibile scegliere una rendita reversibile (ad esempio in favore del coniuge), fissa per un certo numero di anni (ad esempio erogata per 10 anni indipendentemente dalla morte del beneficiario) oppure controassicurata. Quest’ultima permette di erogare in favore degli eredi il capitale residuo nel caso in cui il beneficiario subisse un decesso prima di aver ritirato quanto effettivamente accumulato al momento del pensionamento. Infine, alcuni fondi permettono anche di scegliere una rendita con opzione LTC (Long Term Care), che garantisce il raddoppio o comunque un aumento importante del vitalizio nel caso in cui si verifichi la perdita dell’autosufficienza dell’assicurato.

Antonio e Marina, due storie a confronto

Antonio si iscrive alla pensione complementare a 20 anni di età con un reddito netto mensile di 800 euro. Dovrà quindi impiegare poco meno di una mensilità l’anno per integrare del 30% il proprio reddito pensionistico alla maturazione della pensione di vecchiaia (cioè quando avrà raggiunto i 67 anni di età). Giacomo ha 30 anni e percepisce 1000 euro di reddito netto mensile. Con queste condizioni di partenza, dovrà investire poco più di uno stipendio annuo per avere un’integrazione finale del 30% del proprio reddito.

Marina ha iniziato a versare a 40 anni e con 1400 euro di stipendio netto dovrà accantonare quasi due mensilità l’anno per raggiungere il 30% di integrazione pensionistica. La stessa Marina iniziando a 50 anni dovrà impiegare tre stipendi e mezzo di accantonamento per ottenere lo stesso risultato. Infine, Gaia a 60 anni dovrà versare quasi l’intero emolumento annuo (oltre 10 stipendi) al fine di ottenere una rendita a 67 anni in grado di integrare la pensione del 30%.

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