In economia solitamente ci si sofferma sulla disoccupazione involontaria: si ha quando ci sono lavoratori disposti a occuparsi a un salario corrispondente a quello vigente, a fronte di una domanda di lavoro insufficiente a soddisfare la loro offerta di lavoro. In questo caso è una indicazione che misura la condizione di mancanza di lavoro per chi abbia tra i 15 e i 74 anni e cerchi attivamente un impiego. Anche nel discorso politico o giornalistico con il termine "disoccupazione" ci si riferisce alla disoccupazione involontaria.

Nelle rilevazioni Istat - che sono basate sulle definizioni e le linee guida fissate dalla Ilo, International Labour Organization - si indica come "disoccupato" colui che nelle quattro settimane precedenti la rilevazione abbia cercato attivamente un lavoro e sia attivamente disponibile a iniziare a lavorare nelle due settimane successive la rilevazione. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra il numero dei disoccupati così definiti e il corrispondente numero delle "forze di lavoro". A formare le "forze di lavoro" è il totale delle persone occupate e disoccupate.
Il tasso di disoccupazione aumenta quando l'economia è in fase recessiva ovvero quando c'è una crisi economica. In questi casi - se la condizione di disoccupazione permane ed è di lunga durata - si parla di "disoccupazione strutturale".

In Italia nei cinque anni 2008-2013, corrispondenti alla crisi economica mondiale, il tasso di disoccupazione è passato dal 6,7 per cento al 12,2 per cento. L'aumento ha riguardato in particolare il sud.
La media europea nel 2014 era del 9,9 per cento, in calo rispetto al 10,6 dell'anno precedente. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nel 2014 era al 5,6 per cento, in Giappone al 3,5 per cento.

Non fanno parte delle forze di lavoro le persone "inattive", ovvero coloro che non cercano attivamente un lavoro. Tra di essi rientrano i pensionati, le casalinghe ma anche i cosiddetti "lavoratori scoraggiati".
In Italia il totale dei lavoratori "scoraggiati" è passato in cinque anni di crisi (2008-2013) dal 35,8 per cento al 44,5 per cento.

Negli ultimi anni è entrato nell'uso corrente l'acronimo inglese Neet (Not engaged in education, employment or training) per indicare coloro che abbiano più di 15 anni e meno di 34, che non siano impegnati né nello studio, né nel lavoro, né in attività di formazione e che non cerchino attivamente un lavoro. In Italia i giovani in questa condizione erano nel 2014 oltre 2 milioni, ovvero il 24 per cento. Nei Paesi europei solo la Grecia e la Bulgaria hanno percentuali superiori di Neet.

Le politiche economiche dei governi nazionali dovrebbero essere finalizzate alla diminuzione del tasso di disoccupazione attraverso le cosiddette "politiche attive del lavoro", ovvero il complesso di iniziative messe in campo per promuovere l'inserimento lavorativo di chi non riesce a trovare lavoro o non lo cerca più attivamente: si punta a migliorare le capacità dell'individuo di occuparsi attraverso corsi di formazione e ad agevolare il contatto tra chi cerca lavoro e chi offre lavoro, attraverso i centri per l'impiego e strumenti simili.
Diverse - e in qualche caso complementari alle politiche attive del lavoro - sono le "politiche passive", ovvero gli strumenti di sostegno al reddito finalizzati ad evitare il deterioramento eccessivo della condizione di vita dei disoccupati.